Sicurezza cibernetica: l’ira di Barberio

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Il direttore di Cybersecurity Italia chiosa “La cybersicurezza italiana non può finire sotto il controllo di società estere che rispondono a cruscotti organizzativi diversi da quello nazionale”

Vista l’importanza strategica della cybersicurezza, certe rivelazioni falsamente esplosive vanno evitate, tanto più se espresse con toni del tutto ingenerosi nei confronti del nostro apparato nazionale di Difesa.

“A pensare male si fa peccato, però spesso ci si prende, diceva qualcuno. Certi presunti scoop giornalistici di mezza estate, che minano la credibilità del sistema-Paese in fatto di cybersecurity, non aiutano certo a scacciare i cattivi pensieri”.

A dichiararlo è Raffaele Barberio, direttore di Cybersecurity Italia che, in un editoriale, ha fortemente criticato le recenti rivelazioni giornalistiche sulle presunte falle della cyber-difesa italiana, apparse sul quotidiano La Repubblica.

“Suonare continuamente il campanello d’allarme su un presunto Armageddon cibernetico rischia di delegittimare le azioni e le strategie del sistema-Paese e delle sue strutture istituzionali e politiche” ha detto Barberio. Inoltre si ha l’impressione che l’intento di questa “strategia dell’ansia” sia prevalentemente quello di “…intercettare e interpretare la necessità dei grandi vendor interessati a smerciare apparecchiature e software anti-hacker a Pubbliche amministrazioni e grandi imprese”. Il che rappresenta una vera e propria azione di “…disturbo all’elaborazione di linee strategiche serie e coordinate di difesa elettronica del nostro Paese”.

Il direttore di Cybersecurity Italia critica sia il contenuto degli articoli, apparsi nei giorni scorsi, che il metodo giornalistico adottato: “I fatti suggeriscono, per la verità, cose del tutto diverse” da quelle suggerite negli articoli di Repubblica. “Non solo non c’è scoop, ma le notizie fornite sono sostanzialmente scorrette”, sottolinea Barberio.

Uno degli articoli in questione, inoltre, cita fonti anonime non meglio precisate definite “nostri analisti”: il ricorso a fonti anonime, giustificato solo in casi estremi ben più seri di quello in questione, dovrebbe almeno essere accompagnato da una dicitura che permetta di identificare gli interessi di cui quelle fonti sono espressione, per lasciare al lettore la capacità di giudicarne la credibilità.

“Vista l’importanza strategica della cybersicurezza, certe rivelazione falsamente esplosive lasciano pensare che l’intento sia più quello di orientare le scelte politiche che quello di informare correttamente – ha concluso Barberio – un metodo inaccettabile ancor più se espresso con toni del tutto ingenerosi nei confronti della nostra Difesa”.