Dietro l’azione si stenderebbe l’ombra della Cina

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Un’offensiva senza precedenti che vede convolti gli Stati Uniti: un attacco hacker di dimensioni impressionati che ha messo in pericolo i dati di 4 milioni di dipendenti federali americani e che secondo le prime indiscrezioni sarebbe partito dalla Cina.
A rivelarlo è stata nelle ore scorse l’Associated Press e subito è partito l’allarme.
Ad onor di cronaca pare che l’attacco risalirebbe alla fine dello scorso anno ma che le autorità statunitensi se ne siano accorte solo ad aprile. Oggi, la fuga di notizie.

Secondo una fonte informata citata dall’agenzia americana, nel mirino degli hacker è finito l’ufficio risorse umane del governo. L’azione ha infatti coinvolto gli archivi degli uffici che gestiscono il personale: le informazioni che potrebbero essere state compromesse riguardano gli incarichi dei dipendenti, le valutazioni delle loro prestazioni, dettagli su training e formazioni, con ripercussioni per il personale impiegato nelle diverse agenzie federali come il dipartimento di Stato e quello relativo alla sicurezza interna.
Si vocifera inoltre che tra gli obiettivi degli attacchi ci sia stato anche il dipartimento che concede il nulla osta a trattare temi sensibili, un fatto grave perché avendo accesso ai dossier si potrebbe arrivare a scoprire l’identità di scienziati e funzionari che agiscono sotto copertura.

Secondo quanto affermato dai media americani si potrebbe trattare del più grosso furto del genere mai effettuato e il secondo attacco andato a buon segno in meno di un anno verso gli Stati Uniti da parte di “pirati informatici” cinesi.

Dura la reazione dell’ambasciata cinese a Washington che ha affermato che Pechino si sta impegnando duramente per combattere i cyber attacks e che rintracciare la fonte di questo genere oltre confine è complicato.
“Saltare a conclusioni affrettate e fare accuse ipotetiche è qualcosa di irresponsabile e controproducente” ha sottolineato Zhu Haiquan, il portavoce della legazione.