Software-defined data center VMware per l’Ateneo di Pisa

L’Università di Pisa punta sulla virtualizzazione per una crescita sostenibile del data center e per far evolvere la propria infrastruttura ICT

Un’infrastruttura attenta alla virtualizzazione, tre siti di produzione principali e un quarto dedicato ai sistemi di ricerca e sviluppo in configurazione di alta affidabilità e sicurezza sono le peculiarità ICT che caratterizzano l’Università di Pisa.

L’Ateneo di antica tradizione ha scelto di far evolve la propria infrastruttura ICT nel segno del software-defined data center affidandosi anche alle tecnologie di virtualizzazione VMware al fine di incrementare l’affidabilità e la disponibilità di storage e sistemi, oltre alla potenza di calcolo.

Il risultato è una migliore offerta di servizi agli utenti e sistemi più flessibili e facili da gestire per il personale IT.

Fondata addirittura nel 1343, nel corso dei secoli l’Università ha sempre saputo rinnovarsi e anche oggi vive una fase di profondo cambiamento, con l’adozione del nuovo Statuto, e con un assetto che ha visto nascere 20 nuove strutture dipartimentali.

Inoltre, l’Università di Pisa mantiene stretti rapporti – in termini di docenti e di servizi in comune – con le altre due istituzioni universitarie della città: la Scuola Normale Superiore di Pisa e la Scuola Superiore Sant’Anna.

L’infrastruttura IT al servizio dell’R&D
Sotto la guida del professor Antonio CisterninoDelegato del rettore per l’informatica – i sistemi informativi sono al centro della trasformazione dell’Ateneo, con un ripensamento delle infrastrutture a servizio della ricerca e dei sistemi amministrativi per circa 3.000 utenti, tra docenti e personale interno, e per oltre 50mila studenti.

Sin dalla fine degli anni novanta le strutture dell’Università sono collegate da una rete proprietaria in fibra ottica. Nel corso degli anni, su questa infrastruttura di rete sono stati costruiti una serie di data center minori, il che ha prodotto una certa frammentazione del patrimonio informativo dell’Università. Inoltre, il 90% dei sistemi IT dell’Università di Pisa erano basati su software open source.

La gestione del patrimonio informativo dell’Università rischiava di diventare troppo complessa e onerosa, soprattutto tenendo conto della difficoltà di governare la manutenzione dei sistemi open source. In Università sin dal 1998, Maurizio Davini è Chief Technology Officer presso l’Università di Pisa e il suo team è il braccio operativo per quanto riguarda la progettazione, l’esecuzione e la manutenzione delle reti e dei servizi IT.

«Dovevamo consolidare e mettere in sicurezza diversi centri elaborazione dati, distribuiti nelle sedi dei dipartimenti: molti erano basati su tecnologie open source», ricorda in una nota alla stampa Davini. La scelta è stata quindi di creare tre silos informativi e tecnologici paralleli, in modo da garantire la massima flessibilità. Alle tecnologie open source sono affidati i sistemi dedicati alla ricerca e sviluppo. Per gli applicativi più critici la scelta è stata di muoversi verso architetture di classe enterprise, che prevedessero contratti di manutenzione, puntando su infrastrutture di virtualizzazione basate anche su tecnologia VMware. I sistemi di messaggistica e collaborazione, infine, prevedono l’utilizzo di applicazioni Microsoft.

«Il nuovo disegno dell’IT d’Ateneo parte da una scelta fondamentale, quella per la modernizzazione dei data center. È una scelta che ha visto nella virtualizzazione dei sistemi un tassello fondamentale e che si è basata, per tutti i sistemi server e database più critici, anche su tecnologia VMware», commenta Davini.

Dopo aver demandato la componente di integrazione al Partner VMware Assyrus, che ha lavorato in collaborazione con il personale interno, completando il progetto in meno di un mese, l’Università ha acquistato un certo numero di server Dell utilizzandoli per costruire le nuove infrastrutture.

Il nuovo data center ha permesso di avviare un rilevante consolidamento dei diversi centri di elaborazione dati che l’Università aveva distribuito nelle diverse sedi, passando a un un’infrastruttura che a regime avrà 4 data center ben identificati, tre di produzione enterpise e uno dedicato alle attività di ricerca e sviluppo. Uno dei nodi è un nuovo data center, collocato fuori città, a dieci chilometri di distanza, in una struttura di proprietà dell’Università.

Questa infrastruttura è alla base della ristrutturazione dei sistemi informativi voluta dal Professor Cisternino e realizzata dal team di Maurizio Davini. Da questo modello infrastrutturale il team che gestisce i sistemi promuove la riprogettazione di una serie di servizi, sia dal punto di vista infrastrutturale, con nuove architetture di virtualizzazione e nuovi sistemi di supporto al calcolo per la ricerca, sia dal punto di vista applicativo, per quanto riguarda i software che sono a servizio dei processi amministrativi e tecnici dell'ateneo.

Tra i benefici per l’Università si segnala l’aumento dell’affidabilità e della disponibilità dei sistemi, oltre alla potenza di calcolo e alla disponibilità di storage, ma anche la razionalizzazione e il consolidamento dell’infrastruttura.

La nuova architettura offre servizi più performanti, affidabili e sicuri agli utenti, siano essi docenti, studenti o personale amministrativo, e maggiore semplicità di manutenzione per il personale tecnico