Trasformazione culturale e cloud

Secondo Juniper Networks èil clima culturale l’elemento che permetterà di attuare la trasformazione che sta portando l’IT in una nuova era

Di Mike Bushong, Vice President, Enterprise and Cloud Marketing, Juniper Networks

Esistono certamente tecnologie che fanno funzionare l’intero movimento cloud e multicloud, ma è improbabile che per le aziende, il successo o il fallimento sia legato a qualcosa che si può acquistare o installare. È piuttosto il clima culturale l’elemento che permetterà di attuare la trasformazione che sta portando l’IT in una nuova era. E con ogni probabilità, le aziende che non sapranno adattarsi in modo proattivo incontreranno molti ostacoli sul loro cammino verso un futuro “nuvoloso”.

Il cloud riguarda le operation, non i server

Nell’ambiente IT molti credono che la trasformazione cloud consista nell’usare server di proprietà di qualcun altro. Ma le aziende non pagano i server Amazon, Microsoft o Google.

Il vero prodotto offerto dai fornitori cloud si chiama “operation”: le aziende che stanno abbracciando il cloud possono beneficiare degli anni di ricerca e sviluppo in aree come l’automazione, l’orchestrazione, il monitoraggio e l’intelligenza artificiale. Ciò che conta non sono i server, ma come questi server collaborano con altri elementi di supporto per offrire un valore alle imprese.

Vale la pena notare come ciò significhi che approfittare di tutto quel che cloud e multicloud hanno da offrire richiede qualcosa di più dell’emissione di un ordine d’acquisto. La tecnologia può essere acquistata: le operation devono essere introdotte nelle pratiche esistenti che determinano come fare business usando quella tecnologia. Se insieme alla tecnologia non si cambia la cultura, la migrazione al cloud rischia di creare solo delusioni.

Non lasciare che il cloud sia l’architettura di qualcun altro

Nel viaggio verso il cloud di qualsiasi azienda, a un certo punto ci si rende conto che non sono solo le applicazioni che passano al cloud. Quando le applicazioni girano su infrastrutture altrui il lavoro di gestione dell’architettura può sembrare in qualche modo inferiore.

Attualmente, il mondo IT è affollato da aziende che hanno abdicato circa le responsabilità sulle architetture, per scoprire che invece l’architettura conta ancora molto, indipendentemente dal fatto che un’applicazione risieda nel cloud o on premise.

Le aziende che hanno trasferito tutto su AWS hanno dovuto apprendere una dura lezione riguardo alle modalità nella progettazione delle applicazioni. Ad esempio, riguardo la possibilità a poter agire autonomamente allo scopo di garantire i servizi indispensabili per la continuità del business, indipendentemente dagli intoppi nel cloud. La mancanza di tale disponibilità ha implicazioni sul metodo di archiviazione dei dati, sulla replica degli stessi e sul modo di gestire i backup. Criticità di questo tipo sono spesso comuni agli utenti di tutti i maggiori fornitori cloud.

Per queste ragioni, non si deve pensare di avere una supervisione architetturale totale e sempre disponibile da quello che, in apparenza, viene presentato come un servizio offerto in outsourcing. I processi e anche il know-how di un’azienda devono evolvere per poter supportare un’infrastruttura, che sia interna o esterna. È quindi importante essere rigorosi nei processi di design, di gestione e di supervisione.

Gestione oltre l’infrastruttura

È sorprendente notare quanta parte dell’IT sia ancora oggi legata all’interfaccia a linee di comando per gestire singoli dispositivi e porzioni di software. Infatti, in molte aziende ancora oggi il requisito principale, in fase di selezione di collaboratori, continua a essere l’esperienza in un particolare set di prodotti.

L’interfaccia a linea di comando può essere paragonata a un aereo che utilizzi controlli manuali per ogni singola parte del veicolo, come il motore, i flap, il timone di coda ecc. Man mano che gli aerei diventavano più sofisticati, i controlli hanno cominciato a essere realizzati in maniera remota. Anche laddove esista ancora fisicamente una cloche, il suo corretto funzionamento si basa su un insieme di controlli che convertono l’intento in uno specifico comportamento del veicolo.

Lo stesso avviene con il cloud. Alla base continuano a esserci server e switch, ma i controlli devono diventare più remoti. Ciò significa che gli operatori devono imparare a trattare con questa metodologia, mirando a ottenere i risultati desiderati con metodi non legati a un particolare dispositivo o software. In ultima analisi non deve importare se un workload è servito dal cloud A o dal cloud B: gli operatori devono essere in grado di specificare i risultati desiderati e lasciare che siano i sistemi di orchestrazione a gestire le attività automatizzate.

Essere in grado di compiere questo tipo di controlli significa che gli operatori devono acquisire familiarità con uno scenario di strumenti in rapida evoluzione. Che si tratti di tool come aHshiCorp Terraform, AWS CoudFormation o template Microsoft ARM, il futuro del provisioning e del management è probabile che sia meno collegato a costrutti sintattici e più a strumenti basati su template.

Rimediare alla carenza di skill

Qualunque evoluzione relativa agli strumenti prevede un cambiamento nel modo in cui le persone interagiscono con la tecnologia. Se, da un lato, le aziende credono di adottare nuove competenze, affidarsi ai neoassunti per compiere la transizione al cloud è una scelta che può rivelarsi infelice per molte aziende, per alcune addirittura disastrosa.

In primo luogo il cloud, nonostante il gran clamore, è ancora una tecnologia recente. A meno che un’azienda sia nata nel cloud, la maggior parte delle imprese che usano il cloud avrà la maggior parte delle applicazioni su uno o più server tradizionali.

Naturalmente la maggioranza dei lavoratori IT continua a occupare gran parte del proprio tempo negli ambienti legacy. Per quanto ci sia un boom nella citazione delle competenze cloud nei profili linkedin, la realtà è che non sono molte le persone con una profonda esperienza specifica. E, naturalmente, quelli che l’esperienza ce l’hanno sono ricercatissimi, tanto da essere irraggiungibili per molte delle aziende che non hanno le risorse per pagare alti stipendi.

Inoltre, non c’è modo migliore per creare disaffezione nei dipendenti che etichettare il loro lavoro come “legacy” (vecchio) e assumere un nuove risorse per lavorare su quello che viene considerato il futuro. Dimenticando per un momento che vecchio e nuovo dovranno coesistere ancora per un pezzo, alienarsi le persone che gestiscono il grosso delle attività di un’azienda non è un approccio positivo nella gestione del personale.

Le aziende, piuttosto, devono accompagnare i dipendenti in un percorso di crescita professionale. Se il cloud è una questione di operation, allora le persone responsabili di queste operation devono essere parte del percorso. Per i leader IT particolarmente capaci, sarà possibile fare un passo in più e renderli parte del processo decisionale, così da costruire assieme il futuro dell’impresa e creare nei dipendenti un senso di appartenenza e di partecipazione.

Lavorare al proprio ritmo

Tutte queste trasformazioni sono già abbastanza complesse anche senza la pressione derivante dal mondo esterno. C’è già abbastanza rumore oggi sui sistemi da adottare. Con tutte le esagerazioni, le chiacchiere e gli esperti, e qualsiasi opinione che venga condivisa attraverso ogni mezzo a disposizione.

La verità è che sì, sta avvenendo un’evoluzione. Ma le aziende, grandi e piccole, stanno solo ora iniziando ad approcciarla. Non esiste una soluzione ottimale e, per quanto vi siano persone e aziende in grado di offrire consigli, nessuna può compiere il percorso evolutivo al vostro posto.

Le aziende devono quindi affrettarsi? Certamente. Ma è anche necessario che non si programmino urgenze non necessarie. Il cambiamento è difficile anche nelle migliori condizioni. E può diventare impossibile quando avviene in situazioni di coercizione non necessaria. Le aziende dovrebbero avviarsi sul percorso di rinnovamento al ritmo più rapido possibile, ma il passo deve essere dettato dall’azienda, non dagli osservatori esterni. Preoccuparsi del posizionamento dell’azienda sulla via dell’innovazione non serve a nessuno: il senso di colpa raramente migliora l’esecuzione del processo.

In definitiva, le aziende dovrebbero fare in modo che la transizione al cloud avvenga alle proprie condizioni, qualunque esse siano.