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Innovazione digitale: l’Italia delle imprese (im)possibili?

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di Laura Del Rosario

Presentati a Milano i risultati della Survey CIO 2014 della Digital Business Innovation Academy del Politecnico. L’Italia soffre ancora e non sembra pronta ad aprire le porte al processo di Digital Trasformation. A mancare sono la consapevolezza dell’importanza degli investimenti in Ict ed il senso dell’urgenza
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Un’Italia ferma al bivio, che non è ancora pronta a dare il via alla trasformazione dirompente che la Digital Innovation può portare a livello di sistema Paese e che vede ancora una volta in calo il budget da destinarsi all’Ict per il 2015.
E’ questo quanto emerso dalla giornata di convegno organizzata dalla Digital Business Innovation Academy del Politecnico di Milano intitolata “Innovazione digitale: l’Italia delle imprese (im)possibili”, un appuntamento che ormai tradizionalmente il Politecnico propone per discutere del fenomeno dell’innovazione digitale all’interno del nostro Paese e guardare all’anno che viene in termini di priorità ed investimenti.

Mariano Corso, responsabile scientifico della Digital Business Innovation Academy del Politecnico di Milano, ha aperto i lavori affermando con convinzione che a fare la differenza sono le persone, la community che riesce a portare l’innovazione all’interno delle aziende, e quindi i CIO, una figura che è stata al centro di una Survey realizzata nel 2014 dall’Academy per indagare appunto quali sono le priorità di investimento per il 2015. Più di 107 i Chief Information Officer coinvolti nell’indagine per approfondire le tematiche legate al budget, all’outsourcing e alle sfide organizzative che li attendono per il 2015.

Cominciamo dal budget a disposizione delle Direzioni Ict, dove l’Italia si conferma essere uno dei fanalini di coda nei Paesi industrializzati per quanto riguarda gli investimenti in tecnologia. Nel 2014 questo budget è stato pari ad appena il 2,1% del fatturato, mentre per il 2015 si prevede ancora una volta una situazione di stagnazione, con un budget It che è stimato dai CIO ancora in calo mediamente del -2,8% rispetto al 2014. Si conferma invece la propensione all’outsourcing, con la riduzione dei contratti Time and Material e un progressivo spostamento verso il modello “Cloud as a Service”.
Stupisce come, a fronte di questi dati, il 37% dei CIO ritenga il suo budget Ict sufficiente rispetto alle esigenze di innovazione di business, un sintomo che potrebbe esprimere un senso ormai diffuso di rassegnazione o di mancanza di visione dell’urgenza e delle opportunità dell’innovazione digitale.

Tra le priorità di investimento per il 2015 non ci sono grosse novità: sono ancora in vetta la Business Intelligence (56%), seguita dalla Dematerializzazione (53%), in crescita a seguito dell’obbligo di fatturazione elettronica introdotto lo scorso mese di giugno, dallo sviluppo dei sistemi ERP (48%) e dall’introduzione di applicazioni e device mobili (40%).
Relativamente alle sfide organizzative le priorità ruotano attorno allo sviluppo di ruoli e competenze per la Gestione dell’Innovazione digitale, evidenziata dal 52% dei CIO. A seguire, ruoli e competenze per il Demand Management (36%), poi ruoli e competenze per il mobile, sia consumer che business (35%) e l’esternalizzazione di attività (33%).
Quello che sottolinea Corso è che “serve maggiore consapevolezza del fatto che il digitale non è soltanto una possibile opportunità di innovazione, ma una vera necessità, un fenomeno disruptive in grado di cambiare tutte le regole del gioco. E da questo punto di vista nessuno può chiamarsi fuori”.

La necessità dell’apertura a forme di innovazione tecnologica all’interno delle aziende italiane è sottolineata anche da altri ospiti in sala.
“Quello che ancora non si capisce è che gli investimenti in Ict contribuiscono in maniera determinante alla crescita del PIL – puntualizza Ugo Guelfi, Confindustria digitale -. I legami tra queste due variabili è provato: il ROI Ict sulla crescita ruota infatti intorno al 21%, circa il doppio rispetto al ritorno di altri investimenti, a tutto vantaggio della produttività del Paese. Ma il problema è che l’Italia, a partire dalla seconda metà degli anni ’90 ha riallocato gli investimenti a sfavore dell’Ict. Manca innanzitutto il capitale umano necessario ad assorbire il cambiamento – e questo è un problema del sistema scolastico italiano -, la pubblica amministrazione investe poco e anche il settore Ict non destina sufficienti risorse alla Ricerca e Sviluppo in Italia”.

“A mancare è il senso dell’urgenza – sottolinea invece Alonso Fuggetta, amministratore delegato e direttore scientifico, Cefriel – Politecnico di Milano -. Per guarire bisogna rendersi conto che ci sono dei problemi, studiarli e giungere a delle soluzioni. Il tema più scottante è quello del ruolo che diamo all’introduzione dell’innovazione all’interno delle aziende. Il ruolo di innovatori bisogna guadagnarselo con l’essere propositivi, sperimentando e non con l’essere solo protettivi”.
“Non credo che il problema della mancanza di investimenti in innovazione in Italia sia un problema di soldi – conclude Fuggetta -. Servono dinamismo, vivacità ed appunto il senso dell’urgenza di cui parlavo prima. C’è la crisi, è vero, ma qualcosa si può e si deve fare, il sistema Paese non può più aspettare. Dobbiamo cambiare le nostre menti”.

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