OpenClaw è uno strumento che, a prima vista, può sembrare un semplice mezzo per aumentare la produttività, ma che in realtà si configura come un vero e proprio modello operativo. Una volta implementato, non si limita a integrarsi con il sistema: si radica in profondità, tra applicazioni e funzioni core del sistema operativo, arrivando a operare direttamente per conto dell’utente.
Questo approccio consente all’utente di smettere di pensare in termini di menu e flussi di lavoro, e iniziare a pensare in termini di intento. È sufficiente un comando — anche vocale — per introdurre un nuovo livello di astrazione: il computer smette così di essere percepito come una semplice macchina e diventa un’estensione naturale dell’individuo.
Il controllo si concentra, la complessità scompare e l’utente acquisisce una capacità di azione fino a ieri impensabile. Il risultato è un’esperienza che, per funzionalità e impatto sulla produttività, assume tratti quasi “magici”.
Elusione dei controlli di sicurezza
Il punto critico è che questa stessa concentrazione di capacità comporta anche una concentrazione del rischio. Installare uno strumento di questo tipo su un dispositivo personale equivale, di fatto, a concedergli privilegi amministrativi completi: accesso root nei sistemi Unix-like o pieni diritti amministrativi in ambienti Windows.
Con un simile livello di privilegi, OpenClaw è in grado di eseguire operazioni che normalmente richiederebbero diversi livelli di verifica: prompt di conferma, inserimento di password o approvazioni esplicite. In altri termini, le tradizionali barriere di sicurezza — pensate per indurre l’utente a fermarsi e riflettere — vengono sostanzialmente eluse, poiché lo strumento è progettato per prendere decisioni in autonomia ed eseguirle direttamente.
Si tratta di un compromesso necessario per abilitare funzionalità avanzate, ad esempio l’invio di comunicazioni o l’automazione di attività operative. Tuttavia, lo stesso livello di accesso che rende possibile questa efficienza può diventare critico nel momento in cui un criminale informatico riesce a ottenere un punto d’ingresso nella piattaforma OpenClaw.
In uno scenario di questo tipo, i criminali informatici non devono più confrontarsi con i tradizionali livelli di controllo e difesa: possono invece sfruttare direttamente il livello di automazione, ottenendo un accesso potenzialmente illimitato.
Perché le aziende devono prestare attenzione
Da una prospettiva aziendale, non sorprende che la reazione immediata di molte aziende sia quella di vietare uno strumento così potente, ma potenzialmente pericoloso. OpenClaw trasforma, infatti, l’endpoint nel nuovo perimetro di sicurezza, in un contesto in cui la maggior parte delle aziende fatica già oggi a definire e proteggere correttamente i propri confini digitali.
Di fatto, questo approccio è all’opposto del principio del least privilege: massimo livello di fiducia e accesso esteso, in un’interfaccia semplice e intuitiva. Un criminale informatico esperto potrebbe comunque ottenere accesso manualmente, ma si tratterebbe di un processo lungo e complesso, pieno di ostacoli.
Con OpenClaw, ogni dispositivo diventa un potenziale punto di ingresso: una volta compromesso, anche la privacy risulta esposta. Lo strumento abilita infatti un accesso unificato all’intero ambiente IT — ed è proprio questa centralizzazione del controllo che rappresenta uno dei principali timori per le aziende.
I potenziali rischi di un futuro guidato dall’AI agentica
Esiste inoltre un ulteriore rischio potenziale legato all’utilizzo di Openclaw. Oggi gli agenti IA non si limitano più a eseguire azioni, ma acquisiscono vere e proprie capacità operative.
Se Openclaw può essere indotto a scaricare pacchetti, accedere a repository e installare dipendenze, si crea una superficie d’attacco assimilabile a quella della supply chain, ma a livello di singola macchina.
Secondo il nostro ultimo report, “The Ripple Effect: A Hallmark of Resilient Cybersecurity”, quasi due terzi (63%) dei leader IT mondiali prevedono che nei prossimi 12 mesi si verificherà una significativa interruzione della produttività causata da un fornitore o un partner terzo. OpenClaw ha il potenziale di accelerare questo tipo di interruzioni all’interno dell’ecosistema di fornitori su larga scala, indebolendo la resilienza delle aziende.
La piattaforma ha infatti la capacità di compromettere molto più di un singolo utente. Può “ingannare” anche l’agente AI, inducendolo a eseguire le attività del criminale informatico: dall’installazione di un “cavallo di Troia” all’interno del sistema, fino all’esecuzione di azioni con privilegi amministrativi, il tutto attraverso un’interfaccia semplice e user-friendly.
Le aziende non dovrebbero farsi prendere dal panico, ma piuttosto agire in modo proattivo. Questi strumenti promettono livelli di produttività senza precedenti, motivo per cui i team IT dovranno imparare a conviverci e gestirli nel lungo periodo.
L’obiettivo è anticipare la minaccia e iniziare a considerare gli agenti come una nuova forza lavoro, dotata di una propria identità, valutando al contempo un rafforzamento dei confini relativi all’installazione e ai privilegi.
Adottando un approccio basato su una piattaforma di sicurezza Zero Trust, i team IT possono iniziare a stratificare le difese senza introdurre attriti per l’utente. Questo consente di modernizzare l’autenticazione e di garantire piena tracciabilità delle azioni, anche quando sono gli agenti digitali a operare per conto degli utenti.


