La nuova legge lombarda sui data center sta già ridisegnando il quadro nazionale. In queste ore cresce l’attenzione su come questo provvedimento possa diventare il modello della futura normativa italiana, ancora tutta da definire. Qui il commento di Simone Gobber, esperto di Sviluppo e Progettazione di Mission Critical Facilities e di Rigenerazione Urbana @ Stantec.
“Quello dei data Center non è un mondo nuovo. È nuova, almeno in Italia, la pressione che c’è per il loro sviluppo, in una fase ancora pioneristica dominata dall’incertezza realizzativa e normativa. Ben vengano quindi regole chiare e condivise, come quelle appena promosse dalla Regione Lombardia, che riducano l’incertezza del settore e aiutino le tante amministrazioni locali, uniche interfacce dirette verso i cittadini, ad approvare progetti di questo tipo grazie ad una base comune di valutazione. Ma la norma lombarda deve essere solo il primo passo verso una strategia nazionale che accolga una visione più ampia, proattiva ed inclusiva”.
Per superare le incertezze e velocizzare il time to market, la futura legge quadro nazionale dovrà favorire, con uno sguardo più ampio, le misure prese da quella lombarda sul piano dello snellimento previsto delle procedure: “Serve una pianificazione strategica a monte, sul modello di altri contesti nazionali, identificando preventivamente le aree idonee, offrendole al mercato in una logica proattiva anziché reattiva, avviando dialoghi diretti con tutti gli stakeholder in fase di progettazione al fine di evitare successivi ritardi che rendano le infrastrutture già obsolete prima ancora di essere terminate. Solo così potremo conciliare velocità e garanzia di controllo dell’impatto ambientale, rendendo il lavoro delle Regioni più snello.”
Uno dei nodi cruciali si gioca sul dualismo tra consumo di suolo e sostenibilità. “Bene che la norma lombarda vada ad indicare una priorità assoluta verso suoli già urbanizzati (brownfield) favorendo un circolo virtuoso che ha come fine ultimo la riqualificazione urbana. I Data Center, peraltro, trovano nei brownfield la destinazione più appropriata in quanto sono in grado di tollerare alcune contaminazioni del suolo che spesso escludono altri utilizzi”.
Circa i greenfield. “Ci sono alcuni casi in cui le aree greenfield possono rappresentare la soluzione più sostenibile e praticabile, in quanto talvolta uniche disponibili o più idonee per fattori chiave come la vicinanza alla domanda o la connettività. In questi casi, è necessario superare una logica puramente compensativa e orientarsi verso la generazione di valore positivo, definendo regole chiare per promuovere interventi che non siano solo di mitigazione ma capaci di produrre benefici concreti e duraturi – ambientali, sociali ed economici – per i territori e le comunità coinvolte. Se il fine ultimo è la rigenerazione urbana e non solo la realizzazione certa di un nuovo Data Center, il mio auspicio in vista di una legge quadro nazionale ancora da definire, è quello di fare in modo che si possono destinare le risorse prodotte dalle penalizzazioni economiche derivanti da sviluppo su aree greenfield, proprio alla generazione di valore positivo per tutti.”
La sfida del settore consiste nel considerare l’infrastruttura come parte attiva di un ecosistema urbano integrato. “Il data center del futuro non sarà più solo uno scatolone isolato dove si macinano dati, ma un vero progetto di comunità. La soluzione per renderlo tale risiede in un coinvolgimento proattivo degli stakeholder, in una chiara strategia a monte di integrazione dell’infrastruttura nel contesto naturale ed urbano e, in un ambito in cui i cambiamenti climatici sono una variabile importante, nell’individuare risposte tecnologiche pratiche e concrete, come il riutilizzo del calore prodotto dai server per alimentare i sistemi di teleriscaldamento cittadino.”


