Tra i temi principali di Cybertech Europe 2026, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul panorama delle minacce continua a riscuotere interesse. L’AI agentica accelera uno scenario in cui la superficie di attacco cresce e le capacità di automazione a disposizione degli attaccanti mettono sotto pressione modelli di sicurezza ancora fortemente basati su processi reattivi.
L’esposizione al rischio cyber non cresce più in maniera lineare, ma esponenziale. Le aziende hanno investito molto nella protezione del proprio perimetro, ma oggi è necessario guardare anche a ciò che accade ai suoi margini: dai sistemi industriali e dispositivi IoT fino agli agenti di intelligenza artificiale. Secondo i nostri dati, fino al 40% degli asset connessi di un’organizzazione può non essere monitorato e, di conseguenza, anche le relative vulnerabilità rischiano di non essere individuate. Può trattarsi di un agente creato da un dipendente e dotato di diritti di accesso al di fuori di un adeguato framework di governance, oppure di dispositivi il cui sistema operativo non è stato aggiornato.
A questa crescente complessità si aggiunge un problema di velocità. Tradizionalmente, la gestione delle vulnerabilità richiede una serie di passaggi: identificarle, stabilirne la priorità e intervenire per correggerle. Sono processi che seguono tempi umani, mentre oggi gli attacchi possono muoversi su un “tempo macchina”, misurabile in secondi. Il risultato è un divario difficile da sostenere: in media, le aziende si trovano a gestire decine di migliaia di vulnerabilità e sistematici tentativi di attacco (più di 37.000 nuove CVE e +47% di attacchi solo nel primo semestre 2026, secondo i dati ACN), mentre l’automazione consente agli attaccanti di individuare e sfruttare gli eventuali punti deboli sempre più rapidamente.
Per questo non è più sufficiente gestire un numero crescente di vulnerabilità: è necessario cercare di prevenirle intervenendo più a monte. Significa integrare la sicurezza sempre prima nel processo di sviluppo, secondo una logica che va dallo shift left fino allo shift zero, dove la sicurezza viene considerata fin dalla prima riga di codice.
L’obiettivo è tendere verso lo zero exposure, riducendo quanto più possibile la presenza di vulnerabilità sfruttabili. Un traguardo difficile da raggiungere in termini assoluti, ma che indica una direzione precisa: passare da una cybersecurity prevalentemente reattiva a un modello più preventivo, rendendo sempre più difficile per gli attaccanti individuare un punto di ingresso.
L’AI agentica rende questa evoluzione ancora più urgente. La crescita delle identità non umane introduce infatti un ulteriore livello di complessità in termini di visibilità e governance. Per le aziende, tuttavia, fermare l’adozione dell’intelligenza artificiale non può essere la risposta, significherebbe rinunciare alle opportunità e ai guadagni di produttività che questa tecnologia può offrire. La sfida è piuttosto governarne l’introduzione, mantenendo al tempo stesso visibilità e controllo sull’esposizione al rischio.
È anche per questo che la cybersecurity sta assumendo un peso diverso nelle strategie aziendali, non più soltanto un costo da sostenere, ma un investimento necessario per rafforzare la resilienza dell’organizzazione. In uno scenario in cui velocità e automazione stanno cambiando anche il modo di operare degli attaccanti, la capacità di anticipare il rischio diventa importante quanto quella di rispondere a un attacco.
A cura di Patrizio Rinaldi, Director Solution Consulting ServiceNow Italia


