Insider Threat: quando la minaccia arriva dall’interno

Sta per chiudersi il mese dedicato a educare il mercato sui seri rischi posti dagli insider threat

Settembre è il mese dell’Insider Threat Awareness, ossia della prevenzione dei data beach che hanno origine all’interno delle organizzazioni e che, anche se non avvengono con la stessa frequenza degli attacchi dall’esterno, possono essere estremamente costosi e difficili da prevenire e identificare.

A ricordarlo è CyberArk che richiama l’attenzione delle aziende sulle potenziali minacce in arrivo dall’interno.

Nello specifico, il mese National Insider Threat Awareness è uno sforzo congiunto per educare il mercato sui “seri rischi posti dagli insider threat, incoraggiando al tempo stesso i dipendenti a riconoscere ed evidenziare attività anomale per potere intervenire tempestivamente”.

Secondo il Verizon Insider Threat Report, il 20 percento degli incidenti di cybersecurity e il 15 percento dei data breach hanno, infatti, origine all’interno dell’organizzazione. Questo perché gli insider conoscono la rete e spesso hanno accesso a informazioni sensibili, possono quindi sfruttare l’accesso privilegiato a sistemi critici e spostarsi lateralmente tra i diversi sistemi senza sollevare sospetti. Per questo motivo questa tipologia di attacco può perdurare diversi mesi – o addirittura anni – prima che venga individuata.

Insider Threat: 4 modalità per la medesima minaccia

Anche se le motivazioni possono essere diverse, CyberArk ritiene che questa tipologia di minacce possa essere classificata in quattro macro-gruppi:

  1. External Insider. Nell’era della digital transformation, l’integrazione con vendor e lavoratori remoti è cruciale. Ma, ognuno di questi partner deve accedere a informazioni sensibili per svolgere la propria attività. Poiché non è possibile controllare ciò che non si possiede, si verifica una falla notevole nelle difese: gli accessi dei vendor da remoto non gestiti possono portare a audit negativi e seri data breach.
  2. Exploited Insider. I cybercriminali di solito mirano ai dipendenti che hanno accessi privilegiati tra cui sysadmin, IT help desk ed executive. Infatti, secondo il report Verizon, il 33 percento dei breach comporta l’uso di attacchi come phishing, spoofing o reverse social engineering via social media. Basta un’unica vittima e un endpoint compromesso per permettere a un malintenzionato di prendere piede all’interno di un’organizzazione.
  3. The Malicious Insider. I malicious insider sono motivati da rabbia, problemi finanziari, attivismo politico e molto altro. Non sono sempre facili da identificare perché, tipicamente, in qualità di “utenti fidati” sono in grado di bypassare le misure di sicurezza per ottenere ciò che desiderano.
  4. The Unintentional Insider. Le persone sono, beh, umane. E commettono errori. La maggior parte dei dipendenti non ha intenzione di rubare informazioni sensibili, sta semplicemente cercando di fare il proprio lavoro. Ma a volte agiscono in modi che a loro sembrano innocui, come installare applicazioni vietate o usare semplificazioni non autorizzate, ma che in realtà possono causare gravi danni.