Nonostante l’aumento degli investimenti nella personalizzazione, in intelligenza artificiale e nelle strategie omnicanale, nuovi dati di una ricerca svolta da SAP rivelano un divario sempre più ampio tra ciò che le aziende pensano di offrire e ciò che i clienti percepiscono. Risultati che sollevano un interrogativo interessante: i clienti si sentono davvero coinvolti dai brand con cui interagiscono?
Per rispondere, SAP ha intervistato 10.000 consumatori e 4.800 manager in tutto il mondo nell’ambito del Global Engagement Index 2026, una delle più ampie analisi oggi disponibili sul tema del customer engagement. Dallo studio emerge un modello che chiamiamo “The Engagement Divide“: il divario tra ciò che i marchi credono di offrire e ciò che i clienti sperimentano in realtà.
Un divario che si sta ampliando e sta diventando più evidente nell’era dell’AI.
I consumatori stanno infatti adottando l’intelligenza artificiale a una velocità superiore a molte imprese, utilizzandola per cercare, confrontare e valutare offerte diverse in pochi secondi. Le aziende invece spesso faticano a connettere i propri dati e ad attivarli lungo l’intero customer journey, coprendo marketing, commerce, vendite e servizi di assistenza. Per questo motivo, il divario nell’engagement non può essere colmato solo dal marketing, ma richiede il coordinamento dell’intera organizzazione per riuscire a conquistare la fiducia (e la scelta) dei clienti nei momenti cruciali.
Gli otto principali risultati della ricerca mostrano dove questo divario si sta ampliando e le principali sfide che le aziende devono superare per colmarlo:
1. Il 78% delle organizzazioni ritiene di offrire un’esperienza fluida e coerente su tutti i canali
La fiducia non manca di certo. Oltre tre quarti dei manager intervistati sono convinti di offrire performance multicanale impeccabili, riportando risultati positivi in termini di fidelizzazione, advocacy e incremento del customer lifetime value. Questa fiducia ci dice qualcosa di importante su come i marchi si valutano: le metriche e le dashboard monitorate dalle imprese e i meccanismi di feedback su cui basano le proprie valutazioni possono rafforzare una visione interna che non coincide con quella dei clienti. Come emerge dal dato successivo, la prospettiva del consumatore è nettamente diversa.
2. Il 41% dei consumatori afferma che le aziende non li comprendono come persone
Nonostante la fiducia espressa dai manager, quasi il 41% dei consumatori ritiene che i brand con cui interagisce non lo capiscano realmente. Se si considera questo dato, il divario di coinvolgimento diventa ancora più significativo: una differenza di 36 punti separano la percezione delle organizzazioni da quelle dei loro clienti.
Questo dato offre una chiave di lettura dell’analisi. Ogni investimento in AI, personalizzazione e orchestrazione dovrebbe perseguire un unico obiettivo: far sentire il cliente riconosciuto e valorizzato. È proprio questo il valore che l’AI predittiva e la personalizzazione in tempo reale possono generare quando si basano su dati integrati e accessibili.
3. Per il 78% dei manager l’AI è fondamentale per la fidelizzazione
L’ambizione non manca di certo quando si parla di intelligenza artificiale. Il 78% dei manager intervistati afferma che l’AI quest’anno sarà parte integrante delle proprie strategie di fidelizzazione. L’intento è chiaro: utilizzare l’intelligenza artificiale per ridisegnare il modo con cui interagire con i clienti, personalizzare le esperienze e rispondere ai comportamenti del mercato in tempo reale. La sfida, per la maggior parte delle imprese, risiede nell’implementazione, perché molte realtà faticano ancora a connettere i dati su cui si l’AI può prosperare.
I dati dei clienti sono distribuiti tra sistemi e funzioni diverse, marketing, commerce, assistenza e operation, rendendo difficile attivare l’AI in modo efficace. È qui che il divario di coinvolgimento diventa più evidente. I brand riconoscono che l’AI definirà la prossima era del customer engagement, ma senza dati interconnessi e team coordinati, molti non riescono a tradurre questa ambizione in percorsi di experience migliori.
Quando i silos interni diventano un problema per il cliente
4. Il 75% dei consumatori è scoraggiato da aziende disorganizzate
I silos interni hanno ripercussioni esterne. Tre consumatori su quattro si accorgono quando un’impresa non riesce a coordinare i propri team efficacemente e ne traggono una valutazione negativa. Essere sballottati da un reparto all’altro, dover ripetere le stesse informazioni o ricevere messaggi contraddittori peggiora la percezione complessiva del brand.
Questo dato ci ricorda che il coinvolgimento è una disciplina interfunzionale, non appartiene a un singolo dipartimento. Quando funzioni diverse lavorano con set di dati e priorità differenti, l’esperienza dei clienti ne risentirà inevitabilmente.
5. Solo 2 responsabili decisionali su 5 ritengono che i propri dipartimenti siano veramente allineati
Combinando questo dato con quello precedente, il quadro si fa più chiaro. I consumatori percepiscono la disorganizzazione e i dati mostrano che anche i brand non ne sono indifferenti. Poco meno della metà dei responsabili del campione ritiene che i propri reparti collaborino in modo coordinato, il che rivela quanto la maggior parte delle imprese sia ancora lontana dall’offrire percorsi clienti integrati.
La discrepanza tra questi ultimi risultati è significativa. Le persone percepiscono l’attrito e anche chi ricopre un ruolo di responsabilità lo nota, ma essere consapevoli del problema e risolverlo sono due cose ben diverse. Il coordinamento tra vendite, assistenza, marketing e IT richiede dati condivisi, obiettivi comuni e una leadership che consideri il coinvolgimento dei clienti una priorità trasversale all’intera organizzazione.
6. Il 54% delle imprese non può accedere e utilizzare i dati in tempo reale, mentre il 60% è alle prese con i “dark data”
Oltre la metà delle aziende intervistate non può accedere ai propri dati o utilizzarli in tempo reale, e sei su dieci si ritrovano con “dark data”, ovvero informazioni raccolte ma mai utilizzate. Questo rappresenta una sfida fondamentale, perché non è possibile personalizzare risposte, offerte, esperienze in tempo reale se i dati non sono connessi e disponibili rapidamente. Non è possibile colmare il divario di engagement se le informazioni necessarie sono bloccate in sistemi che non comunicano tra loro.
L’esperienza che i clienti desiderano davvero
7. Il 46% dei consumatori afferma che il servizio clienti sia impersonale
Quasi la metà dei consumatori afferma che le interazioni con il servizio clienti non abbiano quel tocco personale che desiderano, e questo vale per l’intero customer journey. Pensate alla chiamata al centro di assistenza in cui ripetete il vostro problema per la terza volta, al chatbot che non sa che siete clienti fedeli, o all’e-mail di follow-up che sembra scritta per un destinatario generico. Questi piccoli episodi, sommati, fanno la differenza.
Quando il servizio risulta impersonale, mina la bontà degli investimenti sostenuti per acquisire i clienti e fidelizzarli. I consumatori non separano marketing, vendita, assistenza e commerce. Per loro questi elementi confluiscono in un’unica esperienza, e una singola interazione impersonale può erodere la fedeltà e vanificare mesi di impegno e risorse.
8. Il 48% dei consumatori si preoccupa meno del brand e più dell’esperienza complessiva
Quasi la metà dei consumatori considera che l’esperienza complessiva sia più importante della reputazione dell’azienda. Il valore del marchio da solo non basta a fidelizzare le persone quando un concorrente offre un percorso più fluido, personalizzato e connesso.
Per i professionisti del marketing questo è un campanello d’allarme. La notorietà e l’affinità contano ancora, ma da sole non bastano. Oggi, la fedeltà si costruisce sulla qualità di ogni interazione e su ogni canale. Un processo di reso senza intoppi, un consiglio rilevante al momento giusto, un addetto al customer service che conosce già la tua storia: sono questi gli elementi che incentivano gli acquisti ripetuti, non la sola notorietà del marchio.
Colmare l’Engagement Divide
Gli otto risultati della ricerca raccontano una storia coerente: i brand stanno investendo molto nel coinvolgimento, ma i clienti non ne stanno ancora vedendo i risultati. L’engagement divide è reale, misurabile e diffuso. Ma rappresenta anche una grande opportunità.
Le organizzazioni che stanno ottenendo i migliori risultati condividono un approccio comune, considerando il coinvolgimento come una disciplina aziendale a tutti gli effetti, non come una responsabilità di una singola funzione, tipicamente il marketing. Inoltre, collegano i dati provenienti da ogni punto di contatto con il consumatore, utilizzano l’intelligenza artificiale per passare da campagne di massa a interazioni personalizzate in tempo reale e allineano funzioni diverse attorno a un obiettivo comune: creare valore per il cliente in ogni momento del suo percorso.


