La crescita dei data center non è più soltanto una questione tecnologica, ma un tema di politica industriale, governo del territorio e sostenibilità energetica. In Europa si contano circa 3.500 data center, mentre le installazioni operative in Italia arrivano a quota 209, con la Lombardia al primo posto con 33 centri attivi. Si tratta di numeri che confermano il peso crescente di queste infrastrutture nell’economia digitale e spiegano perché la loro regolazione sia ormai una priorità.
In Italia, dopo una prima fase di forte entusiasmo, la diffusione dei data center ha fatto emergere alcune criticità come il consumo di suolo e l’utilizzo delle risorse idriche e i conseguenti procedimenti autorizzativi spesso lunghi e complessi. A parlare di questo è lo Studio Portolano Cavallo, leader nei settori Digital-Media-Tech e Life Sciences-Healthcare, secondo cui le prime misure regolatorie non sono totalmente in grado di rispondere alle esigenze effettive nate con l’implementazione di queste strutture.
Il quadro normativo a oggi in Italia
Una prima risposta è arrivata a livello nazionale con il d.l. n. 21/2026, che introduce misure di semplificazione e accelerazione delle procedure autorizzative, tra cui un procedimento unico con termine massimo di dieci mesi, prorogabile solo in circostanze eccezionali. A livello regionale, il primo intervento significativo è rappresentato dalla legge della Regione Lombardia n. 11 del 3 giugno 2026, dedicata all’insediamento dei data center.
La scelta della Lombardia non è casuale. Con i suoi 33 data center attivi e 10 in fase di realizzazione, è il primo territorio italiano per numero di infrastrutture e quindi banco di prova per il capire il funzionamento del quadro normativo.
Secondo gli avvocati dello Studio, la legge regionale persegue obiettivi condivisibili, tuttavia, proprio alcuni strumenti previsti dalla disciplina rischiano di produrre effetti opposti rispetto alle finalità dichiarate. Tra questi:
- L’accelerazione selettiva dei procedimenti: la legge prevede infatti vantaggi, come tempi più brevi, percorsi semplificati e priorità nell’accesso a fondi regionali, solo per i data center che rispondono a determinati criteri di priorità insediative ed energetico-ambientali. Il rischio è che alcuni insediamenti vengano favoriti e altri penalizzati, anche quando questi ultimi potrebbero essere più adatti dal punto di vista delle infrastrutture disponibili.
- L’aumento del contributo di costruzione: in alcune aree può crescere del 100 per cento o persino del 200 per cento. Anche se l’obiettivo è limitare il consumo di suolo, un aumento così elevato rischia di rendere il progetto troppo costoso e quindi, di fatto, impossibile da realizzare, senza una valutazione concreta del singolo caso.
- L’incertezza nella fase transitoria: la legge non sospende i procedimenti in corso, non travolge i titoli già rilasciati e non opera in modo retroattivo esplicito. Tuttavia, l’assenza di una disciplina chiara sull’applicazione delle singole disposizioni alle istanze future o ai procedimenti pendenti potrebbe alimentare contenziosi amministrativi.
La vicenda richiama quanto già avvenuto in passato in settori strategici come l’estrazione di idrocarburi e la produzione di energia da fonti rinnovabili, rispetto ai quali la legislazione regionale è stata talvolta utilizzata per recepire il malcontento locale e ostacolare interventi produttivi. In più occasioni è dovuta intervenire la Corte Costituzionale per ribadire che le Regioni non possono introdurre divieti assoluti, aprioristici o modelli autorizzatori difformi dalla disciplina statale, soprattutto quando sono in gioco infrastrutture di rilevanza strategica.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce il fatto che, tanto a livello nazionale quanto a livello europeo, sono attualmente allo studio ulteriori iniziative legislative in materia di data center. Il rischio concreto è quello di una progressiva stratificazione normativa che generi un assetto regolatorio frammentato e di difficile applicazione, producendo l’effetto opposto rispetto alla semplificazione che si intende perseguire.
Per Paolo Giugliano, partner di Portolano Cavallo: “Il paradosso è evidente, una disciplina nata per semplificare e accelerare la realizzazione di infrastrutture digitali strategiche rischia, se non adeguatamente calibrata, di generare incertezza, rallentamenti e nuove occasioni di conflitto. La regolazione dei data center è dunque necessaria, ma deve evitare di trasformarsi in un freno indiretto allo sviluppo. La sfida è trovare un equilibrio tra sostenibilità, governo del territorio e certezza degli investimenti, senza scivolare verso misure sproporzionate o suscettibili di alimentare nuovo contenzioso”.


