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    Storage aziendale: costi in aumento e supply chain mettono in crisi il modello tradizionale

    By Redazione LineaEDP24/06/20267 Mins Read
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    Lo storage software-defined emerge come alternativa per gestire volatilità dei prezzi, AI, sicurezza e crescita dei dati

    nutanix-TAS-Nutanix e NetApp-storage

    Immaginiamo di aver approvato un aggiornamento dell’infrastruttura storage all’inizio del 2025 sulla base di un preventivo hardware che, in quel momento, appariva del tutto ragionevole. Entro la fine dello stesso anno, però, il costo dei componenti chiave è più che raddoppiato. Il preventivo non era errato. Semplicemente, il mercato si è mosso a una velocità tale da mandare in crisi qualsiasi processo di approvvigionamento aziendale.

    Questo è lo scenario che si sta delineando in molti contesti IT aziendali, imponendo una profonda revisione strategica che va ben le semplici modalità d’acquisto dell’hardware per lo storage. La causa? Un mix di costi, picchi di domanda, problemi legati alla supply chain e nuove tecnologie. Fattori che, insieme, stanno mettendo sotto pressione — e in molti casi destabilizzando — gli investimenti nello storage.

    Per contestualizzare la gravità della situazione, i prezzi della memoria NAND flash sono aumentati del 246% dall’inizio del 2025. Secondo TrendForce, società di ricerca nel settore dei semiconduttori, i prezzi contrattuali degli SSD enterprise sono destinati a crescere ulteriormente tra il 53% e il 58% in un solo trimestre. La DRAM per server non fa eccezione, con aumenti che all’inizio di questo 2026 superano il 60% trimestre su trimestre. Condizioni tutt’altro che ideali per effettuare investimenti di lungo periodo su infrastrutture di storage proprietarie; eppure molte aziende continuano a farlo.

    Le cause sono strutturali, più che cicliche. L’infrastruttura AI ha assorbito la capacità globale di memoria e storage a un ritmo a cui il mercato non era preparato. Nel frattempo, i produttori di semiconduttori hanno progressivamente dirottato la produzione di wafer verso le memorie a elevata larghezza di banda richiesta dai cluster GPU, penalizzando i componenti enterprise standard. Sempre secondo TrendForce, nel 2026 la domanda di NAND crescerà del 20–22% su base annua, a fronte di un aumento dell’offerta fermo al 15–17%.

    Questo divario non accenna a ridursi e il costo ricade direttamente su quelle aziende che non hanno ancora ripensato la propria strategia d’acquisto per lo storage.

    I costi nascosti dell’inerzia

    Le architetture di storage proprietarie vincolano il valore direttamente all’hardware. Funzionalità, ottimizzazione delle prestazioni e scalabilità dipendono dal ciclo di vita delle appliance, ovvero il vendor controlla sia la roadmap del prodotto sia, di fatto, le tempistiche dei refresh tecnologici. In condizioni di mercato stabili, questa è una realtà scomoda. Nell’attuale scenario macroeconomico, invece, si traduce in un’esposizione finanziaria significativa e difficilmente trascurabile.

    Il prezzo di acquisto dello storage è solo una parte del quadro complessivo. I costi di rinnovo del supporto sull’hardware obsoleto superano regolarmente l’inflazione, costringendo le aziende a pagare tariffe di manutenzione premium per sistemi il cui valore aziendale residuo non giustifica più una simile spesa. Se a questo si aggiungono i costi operativi per la gestione di silos separati per lo storage di tipo block, file e object, il vero costo del modello tradizionale diventa indifendibile rispetto alle previsioni del piano di investimenti iniziale.

    Queste architetture a silos generano inefficienze che si accumulano nel tempo. Il paradosso di avere capacità inutilizzata e bloccata in un compartimento mentre un altro è in grave affanno è ormai all’ordine del giorno e gestirlo è sempre più oneroso a causa della diversificazione dei carichi di lavoro. Le aziende che oggi si trovano a gestire pipeline basate sull’AI parallelamente alle applicazioni aziendali tradizionali si stanno rendendo conto che un’infrastruttura progettata per un’era più semplice si adatta con estrema difficoltà a questi nuovi carichi.

    Separare l’intelligenza dall’hardware

    Lo storage software-defined affronta il problema alla radice, separando l’intelligenza dello storage dall’hardware sottostante. I servizi dati – tra cui scalabilità, resilienza, ottimizzazione delle prestazioni e sicurezza – vengono erogati via software. Questo permette loro di evolversi indipendentemente da una specifica generazione di hardware. L’azienda non è più vincolata al ciclo di rinnovo tecnologico di un fornitore. L’hardware può essere acquistato, scalato e sostituito seguendo logiche di convenienza economica anziché le roadmap dei produttori, ottenendo così flessibilità e maggiore potere contrattuale.

    Vale la pena sottolineare che le moderne piattaforme software-defined sono progettate per sfruttare appieno l’hardware di ultima generazione, inclusi i moduli flash NVMe e le reti ad alta velocità, garantendo prestazioni costanti e prevedibili su qualsiasi scala. La separazione è puramente architetturale, non operativa: la qualità del servizio è invariata, ma il controllo del valore torna nelle mani del cliente.

    Anche le considerazioni sul ciclo di vita sono altrettanto solide. Gli ambienti software-defined permettono a diverse generazioni di hardware di operare in base a un piano di controllo comune e ciò significa che le aziende possono aggiornare l’infrastruttura in modo incrementale anziché ricorrere a sostituzioni radicali in blocco che le architetture tradizionali tipicamente richiedono.

    Questo aspetto diventa decisivo nelle fasi di rinnovo contrattuale. Oggi l’hardware sostitutivo non è solo costoso, ma anche difficile da reperire in tempi rapidi a causa della crisi degli approvvigionamenti. In questo scenario, la possibilità di estendere la vita utile degli asset esistenti, affiancandovi nuovo hardware senza vincoli, è un’opportunità strategica sempre più apprezzata dai responsabili delle infrastrutture

    Il cloud può essere d’aiuto

    Quando i prezzi dell’hardware subiscono forti rincari e i tempi di consegna si estendono per mesi, il cloud pubblico smette di essere una semplice opzione strategica a lungo termine e si trasforma in una valvola di sfogo. Il vantaggio di un approccio software-defined risiede proprio nel rendere questa transizione lineare e immediata.

    Ad esempio, eseguendo lo stesso software nel data center centrale, nei nodi periferici (edge) e nel cloud pubblico, le aziende possono assorbire i picchi di domanda o colmare i ritardi nell’approvvigionamento trasferendo i carichi di lavoro nel cloud, senza dover ridisegnare l’ambiente o gestire un modello operativo differente. L’esperienza d’uso resta identica ovunque venga eseguito il workload;  il cloud cessa di essere un argomento a sé stante e diventa l’estensione naturale di un’unica strategia infrastrutturale coerente.

    Sicurezza e AI alzano la posta in gioco

    Oltre ai ritardi della supply chain e all’aumento dei costi, altre due forti pressioni del settore stanno alzando la posta in gioco per le infrastrutture IT. La prima è la sicurezza. La resilienza ai ransomware e la conformità normativa richiedono funzionalità integrate direttamente a livello di storage: snapshot immutabili, ripristino orchestrato e controlli basati su policy facilmente verificabili in fase di audit. Le piattaforme software-defined integrano sempre più spesso queste funzionalità in modo nativo: un approccio decisamente più logico rispetto al tentativo di adattare a posteriori la sicurezza su sistemi hardware proprietari non progettati per questo scopo.

    La seconda pressione è dettata dal’AI. Il volume di dati non strutturati che le pipeline di AI generano e consumano sta crescendo a un ritmo tale da mettere a dura prova le architetture a capacità fissa. Inoltre, la costanza delle prestazioni richiesta dall’addestramento dei modelli e dall’inferenza non tollera i colli di bottiglia infrastrutturali. Le aziende che sviluppano funzionalità AI su un’infrastruttura di storage che non è in grado di scalare o adattarsi rapidamente si stanno rendendo conto che i limiti infrastrutturali sono molto più di un semplice “inconveniente tecnico” e che rappresentano uno svantaggio competitivo con un costo misurabile, capace di frenare l’innovazione.

    Il vero nodo della questione è già sciolto

    Il dibattito sulla maturità dello storage software-defined in contesti enterprise è ormai chiuso da tempo. La vera domanda, oggi, è un’altra: esiste una tesi plausibile per continuare a legare la strategia di storage a modelli incentrati sull’hardware? Soprattutto in uno scenario in cui i prezzi dei componenti possono variare di oltre il 50% in un solo trimestre e i colli di bottiglia nelle forniture sono diventati strutturali.

    Lo storage software-defined non ha il potere di rendere l’hardware più economico ma azzera l’esposizione di un’azienda alla volatilità del mercato hardware in quanto rischio strategico. Quando il valore dello storage risiede nel software, le decisioni di refresh tecnologico vengono prese alle vostre condizioni, non a quelle del fornitore, garantendo costi prevedibili e sostenibili. Nel mercato attuale, questo non è un dettaglio operativo minore: è il fulcro di tutta la questione.

    A cura di Stuart Heade, EMEA Sales Director, Nutanix Unified Storage (NUS), Nutanix

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