Alle quattro del mattino, in un supermercato di Catania, i banchi frigo hanno smesso di raffreddare e hanno cominciato a scaldare. Nessuno ha forzato una porta, nessuno è entrato. Qualcuno, da lontano, ha cambiato un numero.
È successo in almeno tre punti vendita a marchio Coop di Catania e in uno di Palermo, gestiti dal gruppo Radenza. I parametri di temperatura sono stati alterati a distanza, i banchi si sono surriscaldati e parte degli alimenti si è deteriorata (ANSA). La Polizia Postale sta ricostruendo origine ed entità degli attacchi, l’azienda ha avvisato l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e il sottosegretario Alfredo Mantovano ha convocato a Palazzo Chigi una riunione con i vertici dell’Agenzia e dei servizi di intelligence.
Negli stessi giorni la scena si è ripetuta in Belgio, Svezia, Lussemburgo, Estonia, Paesi Bassi e Irlanda, con congelatori portati fino a 50 gradi sopra lo zero. In Belgio Delhaize, Carrefour, Intermarché e Spar hanno segnalato incidenti informatici in decine di negozi tra Fiandre e Vallonia, dove gli aggressori hanno attivato a distanza la modalità di sbrinamento. In Svezia il responsabile di un negozio ha raccontato alla televisione pubblica di non aver potuto fare altro che svuotare i congelatori. Tutto ricalca quanto accaduto in Francia il 12 ottobre, quando lo stesso tipo di attacco aveva colpito alcune centinaia di supermercati. Nessuno ha rivendicato. L’Unione europea ha definito la situazione “altamente preoccupante” e il commissario all’Agricoltura Christophe Hansen ha parlato di un tentativo deliberato di interrompere la catena alimentare e di minare la fiducia dei consumatori.
Quando si ferma il freddo, si ferma il negozio
Un supermercato senza refrigerazione smette di funzionare. I banchi vanno svuotati e la merce va buttata: in Europa si temono tonnellate di alimenti da smaltire, e in Francia Coopérative U ha stimato danni fino a 200.000 euro per un singolo ipermercato. Senza che sia stato rubato nulla, un’azienda perde in una notte incassi e fiducia.
È la continuità operativa, cioè la capacità di restare aperti e servire i clienti, a essere finita sotto attacco. Un portavoce della Commissione europea lo ha detto in modo esplicito: “Questi episodi dimostrano che gli attacchi informatici possono interrompere i servizi, avere ripercussioni sulle imprese e incidere direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini”.
Per il commercio il rischio cresceva da mesi. Nel primo semestre 2026 gli incidenti gravi resi pubblici contro aziende del settore sono stati 467 nel mondo, più di quattro volte i 101 dello stesso periodo del 2025, e il commercio è salito dal nono al terzo posto tra i settori più colpiti. In Italia pesa per l’8,6% degli incidenti noti e continua a salire in classifica (Rapporto Clusit, aggiornamento ottobre 2026). Lo stesso rapporto, nella parte curata dalla Polizia Postale, osserva che le campagne criminali a scopo di estorsione continuano a puntare su due leve, il furto dei dati e il blocco dell’attività delle vittime.
Per entrare è bastata una macchina vecchia
Per quanto se ne sa, dietro questi attacchi non c’è una tecnologia straordinaria. I sistemi colpiti sono soprattutto apparecchi datati, collegati alla rete perché i tecnici possano controllarli a distanza e ormai impossibili da aggiornare. Danfoss, tra i principali produttori di impianti di refrigerazione, ha spiegato dopo il caso francese che nella maggior parte dei casi si tratta di macchine obsolete, che non possono più ricevere aggiornamenti di sicurezza.
Il dato più eloquente arriva dal Belgio. Sabcobel, azienda belga che installa impianti di refrigerazione industriale, aveva cominciato a metterli in sicurezza subito dopo l’attacco in Francia. Circa il 10% delle macchine però non era ancora stato revisionato, e alcune si trovavano proprio nei negozi colpiti.
La forza di questi attacchi sta nel numero di porte che nessuno controlla più. Ogni apparecchio collegato alla rete anni fa per comodità e poi dimenticato è un ingresso possibile, e chi attacca ne ha trovati a sufficienza per colpire in otto Paesi in meno di un mese.
Il perimetro non esiste più
Questi supermercati sono stati colpiti attraverso macchine installate e gestite da altri, fuori dai loro sistemi informatici. Il negozio può avere casse e server ben protetti, mentre il frigorifero risponde al fornitore che lo ha installato e a un accesso remoto pensato per la manutenzione.
Con i dati succede la stessa cosa, ed è qui che la vicenda riguarda tutte le imprese, anche quelle che non hanno un solo frigorifero. Un’azienda può blindare i propri server, ma nel momento in cui un’informazione esce, verso un fornitore o un consulente, perde il controllo su chi la legge e su dove finisce. Nel commercio alimentare lo si è visto a giugno con l’e-commerce di Eataly, dove i dati personali dei clienti non erano cifrati.
I numeri vanno nella stessa direzione. Nel primo semestre 2026 la Polizia Postale ha registrato 81 casi di violazione con sottrazione di dati, e in 46 casi l’attacco è partito da informazioni lasciate esposte, come archivi aperti in rete. Nemmeno le banche, tra le organizzazioni più regolamentate, sono al riparo: nel 2025 più di un istituto su tre, tra quelli che hanno risposto all’indagine annuale del settore, ha subito almeno una violazione passata da un fornitore, mentre la quota di chi ne ha subita una diretta è salita dal 23 al 31% (Rapporto Clusit, aggiornamento ottobre 2026).
Per questo la sicurezza deve seguire ciò che si vuole proteggere, una macchina o un documento, ovunque vada, anche oltre i confini dell’azienda.
Un acceleratore in più
Il Centro per la cybersicurezza del Belgio ha espresso preoccupazione per l’aumento degli incidenti, legato in particolare all’uso mirato dell’intelligenza artificiale, una tendenza che a suo giudizio ha accelerato negli ultimi sei mesi. Strumenti che rendono più rapido ed economico cercare porte lasciate aperte riducono il tempo a disposizione di chi deve chiuderle.
Cosa fare, in concreto
Per chi guida un’azienda, grande o piccola, alcune scelte sono alla portata già adesso.
Sapere che cosa è collegato alla rete. Molte aziende non lo sanno con precisione, soprattutto per gli apparecchi portati dai fornitori. Senza un elenco aggiornato ogni altra misura procede alla cieca.
Trattare i fornitori come parte del proprio perimetro di sicurezza, anche nei contratti. Chi aggiorna, entro quanto tempo, chi può accedere da remoto e chi risponde se qualcosa va storto sono domande da mettere per iscritto prima di firmare.
Dismettere o isolare ciò che non si può più aggiornare. Un apparecchio che non riceve più correzioni di sicurezza non dovrebbe essere raggiungibile da internet.
Proteggere i dati condivisi all’esterno con la stessa cura di quelli interni. Contratti, listini ed elenchi clienti passano ogni giorno da un’azienda ai suoi fornitori e consulenti. Un file cifrato fin dalla creazione, che porta con sé i propri permessi, resta illeggibile a chi non è autorizzato anche quando finisce nel posto sbagliato.
È il principio su cui in CyberGrant abbiamo costruito FileGrant: i file sono cifrati dalla creazione con crittografia post-quantum, i permessi e la revoca restano attivi anche dopo la condivisione con un fornitore o un consulente, e ogni accesso lascia traccia. Per le macchine servono gli altri tre punti, perché nessuno strumento sostituisce un inventario fatto bene e contratti scritti con cura.
La lezione di ottobre
Ottobre è stato il Mese europeo della sicurezza informatica. Si è chiuso da pochi giorni, e la lezione più chiara l’ha data la realtà: un attacco a metà mese, un altro a mese appena finito.
Per anni abbiamo pensato che la sicurezza informatica riguardasse i computer. Oggi sappiamo che riguarda il latte, la carne, il pane. E chi ancora la considera un costo la sta già pagando.


