“Le tecnologie di frontiera stanno entrando sempre più rapidamente nei processi produttivi e nei modelli di business, ma la loro diffusione non procede con la stessa intensità in tutti i contesti economici. Secondo le più recenti stime della United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), intelligenza artificiale, robotica avanzata, calcolo quantistico, droni e clean tech potrebbero raggiungere un valore complessivo di 16,4 mila miliardi di dollari entro il 2033”. Così Andrea Poggi, Head of Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Central Mediterranean, Alessandra Ceriani, Engineering, AI & Data Leader di Deloitte Central Mediterranean, e Alessandro De Luca, Head of Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Italy, analizzano il ruolo cruciale delle tecnologie emergenti su Voices, la piattaforma che ospita commenti a firma degli esperti Deloitte.
I benefici di queste tecnologie sono già visibili nei comparti in cui l’integrazione tra IA, sensori, dati e automazione è più avanzata: nella manifattura, i sistemi di manutenzione predittiva basati su IA e IoT possono tagliare fino al 70% dei fermi non programmati e dei costi di riparazione d’emergenza; nella logistica, il coordinamento intelligente di traffico, domanda e condizioni meteo può ridurre i costi del 13% e le emissioni del 58% per tonnellata-chilometro per viaggio. Anche tra le PMI delle economie più avanzate la transizione è già in corso: un’indagine OCSE rileva che il 31% utilizza strumenti di intelligenza artificiale generativa, con guadagni medi di produttività compresi tra il 5% e oltre il 25% in attività come scrittura e coding.
A mettere a fuoco l’impatto economico di queste trasformazioni è il paper “Innovation and Emerging Technologies: from Progress to Prosperity”, realizzato da ISPI e dal Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Italia in occasione del NEXT Milan Forum, iniziativa promossa da ISPI, Bocconi e OCSE, con Deloitte Italia nel ruolo di official knowledge partner.
“Lo studio evidenzia come la rapidità del cambiamento stia crescendo, soprattutto nel caso dell’intelligenza artificiale. I costi di utilizzo dei large language models (LLMs) stanno diminuendo notevolmente, con riduzioni che vanno da 9 fino a 900 volte, comprimendo sia i costi di scala per le grandi aziende sia le barriere all’ingresso per nuovi operatori. Ma questa accelerazione non produce effetti omogenei”, scrivono gli esperti su Voices.
Secondo i dati, i maggiori ritorni si concentrano nei sistemi economici in cui innovazione, infrastrutture e organizzazione produttiva sono già più consolidate. Le stime OCSE mostrano aumenti annui della produttività del lavoro compresi tra 0,4 e 1,3 punti percentuali nel Regno Unito e negli Stati Uniti; nei Paesi dove la diffusione tecnologica lungo le filiere procede più lentamente e i vincoli di implementazione restano più forti, come Italia e Giappone, l’incremento scende invece tra 0,2 e 0,8 punti percentuali.
“Il messaggio che emerge dallo studio è che la disponibilità delle nuove tecnologie, da sola, non basta. A fare la differenza sono le condizioni abilitanti che rendono possibile l’adozione su larga scala”, spiegano Poggi, Ceriani e De Luca.
Il divario infrastrutturale resta ancora molto ampio: secondo i dati raccolti dal report Deloitte, nel 2025 solo il 23% della popolazione nei Paesi a basso reddito risulta online, contro il 94% nelle economie ad alto reddito, mentre nel mondo 2,2 miliardi di persone sono ancora offline. E anche dove la connettività esiste, la qualità delle reti continua a incidere in modo decisivo: la copertura 5G raggiunge l’84% della popolazione nei Paesi ad alto reddito, ma si ferma al 4% in quelli a basso reddito. In un quadro simile, sottolinea lo studio, c’è il rischio concreto di attribuire all’IA e all’automazione avanzata una capacità trasformativa più ampia di quella realmente esprimibile.
“La seconda grande variabile riguarda le competenze. Nei Paesi a basso reddito meno del 5% della popolazione possiede competenze digitali di base, contro il 66% delle economie più avanzate. Le evidenze raccolte mostrano inoltre che i risultati migliori si osservano quando l’innovazione viene accompagnata da investimenti nella riqualificazione del lavoro”, scrivono gli autori: un solo punto percentuale in più destinato alla formazione aumenta di circa il 6% l’effetto dell’IA sulla produttività d’impresa. La stessa logica vale per la robotica avanzata, il cui impatto cresce in modo significativo quando è sostenuta da percorsi di preparazione specialistica e aggiornamento professionale.
Nelle conclusioni, il paper ISPI-Deloitte insiste su un punto preciso: il divario tecnologico può essere ridotto attraverso politiche mirate sulle condizioni abilitanti dell’innovazione. Alcuni Paesi mostrano già oggi performance superiori a quelle che il loro profilo economico lascerebbe immaginare. Il Frontier Technology Readiness Index elaborato dall’UNCTAD segnala, ad esempio, che l’India performa 76 posizioni sopra quanto suggerirebbe il suo reddito pro capite, mentre il Brasile ne guadagna 41.
“È il segnale che investimenti selettivi in infrastrutture e capitale umano possono incidere in modo sostanziale sulla capacità di assorbire il progresso tecnologico. In assenza di questo sforzo, al contrario, reti e competenze rischiano di smettere di essere fattori di sviluppo per diventare nuove linee di frattura nella geografia globale dell’innovazione”, concludono Poggi, Ceriani e De Luca.


