Paolo Arcagni (nella foto), Sr. Manager, System Engineering di F5 Networks – Italy & Iberia, spiega perché la NFV non passa di moda

La virtualizzazione delle funzioni di rete (NFV) è stata sostenuta con intensità variabile dal mondo delle TLC negli ultimi anni, e molti oggi ritengono che questa tecnologia abbia rapidamente perso il suo fascino.

È vero, i tassi di adozione non si sono dimostrati in linea con le previsioni iniziali, ma penso ci siano dei validi indizi per suggerirci che la NFV è ancora fondamentale; anzi, oggi lo è forse più che in passato.

In un’architettura NFV, l’hardware è disaccoppiato dal software; viene utilizzato un livello hardware comune (server standard) per ospitare un’ampia varietà di funzioni di rete fornite da un vendor e in esecuzione su macchine virtuali. Queste sono note come funzioni di rete virtuale (VNF).

Se utilizzate in modo ottimale, le architetture NFV possono accelerare l’abilitazione di nuovi servizi e funzioni di rete, oltre a fornire una scalabilità e flessibilità in real time che consentono di ridurre il TCO (total cost of ownership).

Credo che, fino ad oggi, l’adozione della NFV sia stata più lenta del previsto principalmente a causa della complessità tecnologica e del divario di competenze che è ad essa strettamente correlato. Anche l’incapacità del settore di garantire rapidamente i vantaggi previsti in termini di costi ha avuto una ripercussione sul livello di fiducia. Infine, l’implementazione, l’applicazione di patch e l’orchestrazione delle architetture VNF di più fornitori diversi si sono dimostrati difficili da effettuare e proibitivi dal punto di vista dei costi, anche se correlati al volume di elaborazione.

Tuttavia, indipendentemente dalle lamentele che provengono dal settore e dai colli di bottiglia nell’implementazione, lo scenario NFV è ancora molto presente nei piani della maggior parte dei service provider per una buona ragione: hanno bisogno della virtualizzazione della rete, e quindi della NFV, a causa del 5G.

Indipendentemente dagli ostacoli che ancora permangono nell’implementazione, la tecnologia 5G alimenterà rapidamente nuovi casi d’uso dei servizi, ciascuno dei quali imporrà requisiti di rete diversi in termini di velocità, latenza e isolamento.

Per poter offrire servizi su larga scala, la rete sottostante deve necessariamente essere software-driven e automatizzata. Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno della NFV: rappresenta un indispensabile trampolino di lancio evolutivo verso una virtualizzazione onnicomprensiva.

Negli ultimi mesi, la pandemia COVID-19 ha intensificato notevolmente l’attenzione delle società di telecomunicazioni per questa tecnologia; la sua capacità di controllare, gestire e fornire servizi di rete in remoto in modalità software-defined si è dimostrata sempre più popolare.

Secondo i dati di Research and Markets, il mercato globale NFV dovrebbe crescere da 12,9 miliardi di dollari nel 2019 a 36,3 miliardi di dollari entro il 2024, con un tasso composto di crescita annuale (CAGR) del 22,9%. Un dato significativo, come quello evidenziato da un’altra ricerca a cura di Ovum, che ha rilevato come il 60% dei service provider preveda di raggiungere un’adozione diffusa della NFV entro due anni (rispetto a un dato del 20% oggi).

La stessa ricerca suggerisce anche che alcune delle macchine virtuali e delle architetture VNF adottate oggi funzioneranno ancora allo stesso modo nel 2030, ma diverse organizzazioni che le eseguiranno avranno cambiato radicalmente il proprio modello operativo. In particolare, saranno molti i service provider ad acquisire l’abilità di migliorare e lanciare nuovi servizi tramite strumenti di automazione e orchestrazione, tra questi anche piattaforme commerciali fornite da operatori di TLC tradizionali. In molti casi si potrebbe avere a che fare con gli stessi strumenti open source utilizzati nel mondo IT e cloud (ad esempio Ansible o Terraform).

È interessante notare come alcuni service provider abbiano già iniziato a unire le forze dei propri team cloud e NFV, un aspetto che aiuterà a promuovere best practice nel settore per la condivisione degli strumenti, l’implementazione dei servizi e l’automazione.

Poco più di un anno fa, da un’alleanza tra società di telecomunicazioni e vendor è nata la Common NFVi Telco Task Force (CNTT), creata con l’obiettivo di semplificare gli standard NFV. La CNTT mira ad allineare i diversi player del settore rispetto alle implementazioni dell’infrastruttura di virtualizzazione delle funzioni di rete unificate (NFVi) al fine di ridurre la resistenza all’onboarding delle funzioni di rete virtuale (VNF) e, infine, delle funzioni di rete del container (CNF). Chiaramente, quindi, la NFV non è morta, si sta profondamente evolvendo, anche mentre ne discutiamo.

Nel prossimo futuro, scommetto che potremo vedere la VNF e la CNF schierate insieme, fianco a fianco per funzioni diverse. Ed è in questo scenario che probabilmente vedremo sempre più service provider creare in modo proattivo e supervisionare i propri “telco cloud” agili e distribuiti.

Un buon esempio è quanto fatto da Rakuten Mobile, che ha appena lanciato la prima rete mobile al mondo completamente virtualizzata e cloud-native; nel farlo, ha sfruttato le capacità NFV di F5 di ottimizzare la sua nuova rete mobile e accelerare il suo percorso verso i servizi 5G nel 2020. La rete 5G-ready di Rakuten sfrutta un’architettura software-driven interamente sul cloud, che garantisce stabilità, scalabilità e agilità e rappresenta anche un aiuto efficace dal punto di vista dell’ottimizzazione dei costi e della possibilità di offrire ai consumatori una connettività sicura e dalle prestazioni elevate.

È importante sottolineare come la rete completamente virtualizzata permetta di distaccarsi da un modello in cui hardware e software sono strettamente accoppiati, consentendo alla tecnologia NFV di tenere il passo rispetto a condizioni di mercato in continua evoluzione.

In sintesi, quando parliamo di NFV, non dovremmo fare riferimento a questa tecnologia come a qualcosa di isolato, ma dovremmo considerare come utilizzarla e sfruttarne i vantaggi trasformativi che potrà riservare all’utente finale (come nel caso di Rakuten) perché la NFV non riguarda semplicemente la virtualizzazione delle funzioni di rete, ma la delivery di un percorso verso una rete interamente cloud-native.

Man mano che le reti si evolvono verso la NFV, l’astrazione dei piani di controllo e data-forwarding semplificherà ulteriormente la creazione e la gestione di nuovi servizi. Se tutto questo avverrà correttamente, i service provider saranno in grado di sfruttare in tempi brevissimi una rete programmabile basata su open API standard, sbloccando nuovi livelli di flessibilità e agilità.

È quindi ormai evidente come i service provider dovrebbero pensare strategicamente alla NFV in un contesto più ampio di “viaggio adattivo” che comporterà sempre di più come ingranaggio vitale un “telco cloud”, cioè un’infrastruttura costruita sull’edge con tecnologie sia VNF che CNF, nonché applicazioni e servizi applicativi (ad esempio per il bilanciamento del carico e la sicurezza) che siano indipendenti da dove vengano rilasciati.

In definitiva, la NFV non ha bisogno di essere ripensata per tornare di moda, creando un nuovo acronimo accattivante, e sarebbe un grosso errore sottovalutarne i meriti duraturi (e in continua evoluzione).