Oltre il 70% dei commercialisti italiani ha più di 50 anni, mentre solo il 13% degli studi si ritiene preparato a gestire il ricambio generazionale, secondo il primo Barometro dei Commercialisti di Wolters Kluwer Tax and Accounting Italia fornitore di soluzioni software, informazioni e servizi per studi professionali e aziende.
Basato su un sondaggio condotto su 440 studi professionali italiani, il Barometro analizza le esigenze, le sfide e le prospettive del settore. Ne emerge il ritratto di una professione profondamente radicata nel tessuto economico italiano — con oltre la metà degli studi attivi da più di 30 anni e l’88% che mantiene quasi interamente il proprio portafoglio clienti — ma sempre più sotto pressione a causa dell’erosione della redditività, della difficoltà a competere in attrattività lavorativa e della mancanza di una pianificazione del ricambio generazionale.
“I commercialisti italiani hanno costruito il proprio successo su un profondo rapporto di fiducia con i clienti, ma oggi il settore si trova ad affrontare pressioni senza precedenti. Il progressivo ricambio generazionale, la crescente complessità e la persistente pressione sui margini stanno spingendo gli studi a ripensare il proprio modo di operare e di pianificare il futuro. Il passaggio generazionale non è più soltanto una questione di lungo periodo: è diventato un tema cruciale per la continuità del business – ha dichiarato Sergio Liscia, Vice President & General Manager di Wolters Kluwer Tax & Accounting Europe Region South -. La tecnologia può svolgere un ruolo fondamentale, automatizzando le attività di compliance, migliorando la produttività, aiutando gli studi ad attrarre nuove generazioni di talenti e liberando maggiore capacità da dedicare a servizi di consulenza a più alto valore aggiunto.”
Piramide dell’età rovesciata: la sfida generazionale del settore
I dati demografici del Barometro sono eloquenti. La fascia d’età più rappresentata tra i consulenti italiani è quella compresa tra 51 e 60 anni (38%), seguita dagli over 60 (33%). Nel complesso, oltre sette professionisti su dieci hanno più di 50 anni. All’estremo opposto, gli under 30 rappresentano solo il 4% del totale, mentre la fascia 30-40 anni si ferma al 7%.
Questa piramide rovesciata ha conseguenze dirette sulla pianificazione della successione.
Un terzo degli studi (31%) riconosce un rischio specifico legato alla mancanza di ricambio generazionale mentre il 26% ammette di non aver ancora affrontato esplicitamente la questione. Solo il 13% si ritiene pienamente preparato. Nel complesso, il 58% del settore si trova in una posizione di potenziale vulnerabilità rispetto al tema della successione. Il problema è particolarmente marcato negli studi più piccoli: tra quelli con 1-3 collaboratori (il 58% del totale) il 36% indica un chiaro rischio di ricambio generazionale, mentre il 33% ammette di non aver pianificato alcuna soluzione.
La grande sfida di attrarre talenti
La difficoltà nel reperire e trattenere professionisti qualificati aggrava la crisi del ricambio generazionale: il 62% degli studi definisce alta la difficoltà nel reclutare talenti, tra i più rari sul mercato i profili fiscali (39%) e contabili (38%).
Tra gli studi che riscontrano difficoltà di reclutamento, il 35% cita l’impossibilità di offrire condizioni economiche competitive mentre il 27% indica una scarsa attrattività rispetto ad altre opportunità di carriera. Quando i dipendenti lasciano lo studio, le principali motivazioni sono un cambio nella tipologia di lavoro svolto (32%) e l’eccessivo carico di lavoro (24%).
Anche la formazione interna, strumento essenziale per preparare e fidelizzare la nuova generazione di consulenti, riflette una situazione simile: il 57% degli studi professionali opera senza un programma di formazione pianificato e continuativo.
Microstruttura e redditività sotto pressione
Due fattori strutturali contribuiscono direttamente a questa crisi del ricambio generazionale: le dimensioni degli studi professionali e la pressione sulla loro redditività, che ne limitano la capacità di offrire condizioni di lavoro attrattive e di investire nel futuro.
Lo studio commercialista italiano tipo è una microimpresa: il 58% opera con un numero di collaboratori fissi compreso tra 1 e 3 e oltre l’84% con un massimo di 6 persone. Questa struttura può a volte limitare la crescita e la capacità di investimento. Gli studi più piccoli hanno spesso meno risorse per adottare nuove tecnologie, attrarre e sviluppare talenti o costruire piani di ricambio generazionale per il futuro.
La situazione economica peggiora questi limiti. Il 71% degli studi, infatti, non ha aggiornato le proprie tariffe negli ultimi dodici mesi. Quasi la metà (45%) indica l’impossibilità di trasferire l’aumento dei costi ai clienti come principale criticità economica, seguita dai ritardi nei pagamenti (37%) e dalla scarsa redditività dei servizi a tariffa fissa (27%). Di conseguenza, il 34% degli studi professionali ha registrato un calo del fatturato nell’ultimo anno, con le flessioni più marcate tra gli studi più piccoli.
A questa pressione economica si aggiunge il carico operativo della compliance: oltre il 70% del tempo di lavoro continua a essere dedicato agli adempimenti fiscali, contabili e amministrativi. La consulenza strategica è un’area in crescita, con il 32% degli studi che dichiara un aumento del fatturato da questi servizi, ma il 55% vi dedica meno del 25% del proprio tempo.


