L’AI ha ufficialmente superato la soglia della prima linea: in un anno, a livello globale i dipendenti operativi che usano questa tecnologia ogni giorno sono passati dal 51% al 74%. Non solo: la metà (47%) dichiara di trascorrere più tempo a gestire e dirigere l’AI che a svolgere il lavoro in prima persona. È quanto emerge dal nuovo report AI at Work 2026, quarta edizione dell’indagine annuale di Boston Consulting Group (BCG), basato su 11.749 interviste a dirigenti, manager e dipendenti operativi condotte in 14 mercati, tra cui l’Italia.
Quest’ultima si colloca sotto la media globale per adozione: il 62% dei dipendenti di prima linea usa l’AI regolarmente, contro il 74% della media globale e il 95% dell’India, mercato leader. Una distanza che riflette non solo un ritardo nell’accesso agli strumenti, ma soprattutto un gap nella trasformazione dei processi. Il 44% dei dipendenti operativi italiani ritiene che l’AI abbia modificato le competenze richieste dal proprio ruolo, dato che si confronta con il 96% dell’India e con il 60% della media globale.
Il nodo centrale non è l’adozione, ma la capacità di trasformare il tempo guadagnato in valore misurabile. Il 42% degli utenti abituali tra i dipendenti di prima linea nel mondo risparmia almeno una giornata lavorativa intera a settimana grazie all’AI. Ma il 66% di loro riceve indicazioni limitate o nulle su come impiegare questo tempo, mentre più della metà non riesce a investirlo in attività strategiche. Il tempo liberato dall’AI, senza una direzione chiara, tende quindi a disperdersi senza lasciare traccia nei risultati aziendali.
“La prima ondata di adozione dell’AI si è concentrata sulla produttività individuale. L’ondata che verrà dovrà trasformare il lavoro collettivo” – commenta Roberto Ventura, Managing Director e Partner di BCG. Si parla molto di AI che sostituisce il lavoro, ma il vero cambiamento riguarda il ripensamento del valore aggiunto umano all’interno delle organizzazioni. Questo è il compito dei leader, che si aspettano almeno la metà del lavoro passi agli agenti AI nei prossimi tre anni.”
Il rapporto registra anche quello che i ricercatori definiscono un “paradosso della soddisfazione”: due terzi (67%) degli utenti abituali a livello globale dichiarano che l’AI ha migliorato la qualità del loro lavoro quotidiano, ma il 41% riporta anche un aumento del carico cognitivo. In Italia, il 44% dei dipendenti di prima linea che usano l’AI con regolarità segnala un incremento della soddisfazione lavorativa, un valore inferiore alla media globale del 57% e lontano dall’88% dell’India. La soddisfazione generata dall’AI, sottolinea lo studio, non dipende dagli strumenti a disposizione, ma dalla chiarezza della strategia aziendale: con una direzione ben definita, l’impatto misurabile dell’AI cresce di 25 punti percentuali, contro i soli 5 punti legati alla disponibilità di strumenti migliori.
Gli agenti AI, nel frattempo, sono passati da un esperimento a una realtà operativa in un solo anno: il 30% degli intervistati dichiara che sono già integrati nei flussi di lavoro, più del doppio rispetto al 13% rilevato nel 2025. Il 61% crede che gli agenti potrebbero svolgere almeno metà delle proprie mansioni entro tre anni. Sul territorio domestico, la quota scende al 34% per i dipendenti di prima linea, uno dei valori più bassi tra i 14 mercati analizzati, segno di uno scetticismo diffuso che riflette anche il livello ancora contenuto di adozione e formazione.
Alla velocità dell’impiego tecnologico non corrisponde, però, un adeguamento dei modelli organizzativi. Più della metà del campione (52%) ha ancora una comprensione limitata di cosa siano gli agenti AI e la governance, in termini di supervisione, responsabilità e controllo, resta ampiamente indietro rispetto all’evoluzione degli strumenti. La formazione rimane il nodo irrisolto: solo il 36% a livello globale ritiene di aver ricevuto una preparazione adeguata, dato stabile rispetto al 2025. Sul fronte nazionale, tra i dipendenti di prima linea , appena il 33% riceve comunicazioni chiare dalla leadership sull’uso dell’AI e solo il 28% percepisce coerenza tra ciò che i vertici dichiarano e ciò che l’organizzazione effettivamente fa.
“L’equazione della soddisfazione si riscrive a un anno dall’adozione dell’AI. All’inizio, la novità e la sfida cognitiva alimentano il coinvolgimento, ma quella fase di luna di miele finisce senza chiarezza strategica – osserva Sylvain Duranton, Global Leader di BCG X e co-autore del rapporto. I dipendenti non rifiutano l’AI e la sua portata, ma danno il meglio se strategia e obiettivi sono chiari. Valore per l’impresa e soddisfazione dei dipendenti non sono in contraddizione: le organizzazioni che catturano più valore dall’AI sono le stesse in cui le persone lavorano meglio.”
La survey identifica nel ripensamento dei processi end-to-end la leva più potente per tradurre l’adozione in risultati concreti. Cosa significa? Le aziende che riprogettano integralmente i flussi operativi includendo l’AI hanno il 24% di probabilità in più di registrare un miglioramento misurabile del business, il 22% in più di risparmiare almeno una giornata a settimana e il 20% in più di riportare un aumento della soddisfazione lavorativa, rispetto alle organizzazioni che si limitano a mettere a disposizione lo strumento.
Il quadro che emerge dal rapporto 2026 indica che la fase pionieristica dell’AI sul lavoro è terminata. La vera sfida sarà passare dall’adozione alla trasformazione: ridisegnare i processi, formare le persone, e costruire una governance che regga il passo con la tecnologia


