Si sta facendo strada un’idea tanto affascinante quanto pericolosa: che l’intelligenza artificiale renderà la cybersecurity così efficiente da eliminare la necessità di assumere figure junior. È una convinzione comprensibile, ma profondamente sbagliata.
Oggi abbiamo bisogno di investire più che mai nei giovani talenti. Nessuna organizzazione può costruire una strategia di sicurezza resiliente se smette di formare e far crescere la prossima generazione di professionisti.
Il rischio di interrompere la pipeline dei talenti
C’è un aspetto di cui si parla ancora troppo poco: quando la filiera dei talenti nella cybersecurity si interrompe, ricostruirla richiede anni. In alcuni casi, non si ricostruisce affatto.
Già oggi il settore soffre una carenza globale di professionisti della cybersecurity. Ridurre le assunzioni di figure alle prime esperienze non significa semplicemente lasciare irrisolto questo divario, ma restringere ulteriormente il bacino di competenze su cui dovremo contare in futuro. Nel breve periodo può sembrare una scelta efficiente. Nel medio e lungo termine, invece, rende le organizzazioni più fragili.
Se vengono meno i ruoli junior, si interrompe il naturale percorso di crescita professionale: non ci saranno persone da promuovere, né professionisti che possano sviluppare gradualmente competenze, esperienza e capacità decisionali. La conseguenza è che, quando gli esperti senior cambieranno azienda o ruolo, non ci sarà nessuno pronto a raccoglierne l’eredità.
Il risultato è facilmente prevedibile: le imprese inizieranno a contendersi gli stessi specialisti sul mercato, facendo aumentare i costi del lavoro e riducendo la capacità delle funzioni di sicurezza proprio mentre le sfide diventano sempre più complesse.
L’AI non riduce il lavoro: lo trasforma e lo amplia
L’intelligenza artificiale non elimina il lavoro della cybersecurity. Lo cambia.
È vero che automatizza numerose attività operative, accelera le analisi e aiuta a individuare più rapidamente anomalie e minacce, ma allo stesso tempo introduce nuovi scenari che richiedono competenze umane ancora più avanzate.
Nuovi modelli di minaccia, nuovi requisiti di governance, nuovi rischi operativi, nuove responsabilità legate all’utilizzo degli agenti AI e dei modelli generativi stanno ampliando il perimetro della sicurezza aziendale. In altre parole, aumenta il numero di decisioni che richiedono giudizio umano.
L’AI e l’automazione saranno strumenti fondamentali per sostenere questi nuovi carichi di lavoro, ma non sostituiranno le persone. Al contrario, renderanno ancora più importante
disporre di professionisti capaci di comprendere il contesto, valutare il rischio e prendere decisioni.
I giovani professionisti sono un vantaggio competitivo
Ogni rivoluzione tecnologica ridefinisce il punto di partenza delle nuove generazioni. Chi cresce utilizzando quotidianamente nuove tecnologie sviluppa competenze e intuizioni che chi è già nel mercato del lavoro deve acquisire attraverso esperienza e formazione.
I professionisti all’inizio della carriera portano curiosità, flessibilità e una naturale predisposizione alla sperimentazione. Secondo diverse ricerche, oltre il 90% della Generazione Z utilizza almeno due strumenti di intelligenza artificiale ogni settimana. Questa familiarità rappresenta un vantaggio concreto.
Le organizzazioni avranno sempre più bisogno di persone capaci di comprendere rapidamente nuovi strumenti, valutarne le opportunità e individuarne anche i rischi. Per questo è fondamentale coinvolgere fin da subito i giovani professionisti nelle attività legate all’AI: threat modeling, valutazioni di governance, analisi dei fornitori, incident response e attività di digital forensics rappresentano ambiti in cui possono contribuire fin dall’inizio del loro percorso.
Sono i primi professionisti realmente “AI native” e questa caratteristica può accelerare l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi di sicurezza aziendali.
Quattro priorità per i CISO
Per evitare che l’AI diventi un acceleratore della carenza di competenze, i responsabili della sicurezza dovrebbero concentrarsi su quattro priorità.
Proteggere la pipeline dei talenti. Le assunzioni di figure junior devono essere considerate un investimento strategico e non una voce di costo facilmente comprimibile.
Coinvolgere i giovani nelle attività legate all’AI. Governance, threat modeling, valutazioni tecnologiche e analisi forensi rappresentano occasioni concrete di crescita professionale.
Usare l’AI per accelerare l’apprendimento, non per sostituirlo. L’intelligenza artificiale può elaborare dati, individuare correlazioni e supportare le indagini, ma non può insegnare il pensiero critico, trasmettere esperienza o fare mentoring.
Promuovere una cultura dell’innovazione responsabile. L’obiettivo non dovrebbe essere dire “no” alle nuove tecnologie, ma chiedersi come adottarle in modo sicuro. Questo approccio favorisce collaborazione, fiducia e crescita delle competenze.
La cybersecurity continuerà a essere una disciplina fondata sulle persone
L’intelligenza artificiale cambierà profondamente il modo in cui proteggiamo aziende e dati ma non eliminerà la necessità di professionisti in grado di comprendere il contesto, interpretare il rischio e prendere decisioni.
Se oggi impoveriamo la base della piramide organizzativa rinunciando a investire nei giovani talenti, domani costruiremo team meno preparati ad affrontare minacce sempre più sofisticate.
L’AI cambierà gli strumenti, i processi e il lavoro quotidiano ma non cambierà una verità fondamentale: la cybersecurity resterà sempre una disciplina in cui il fattore umano rappresenta l’elemento decisivo.


