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    Trasferire con successo un data center

    By Redazione LineaEDP17/10/20225 Mins Read
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    Il trasferimento di un data center è un’operazione complessa, richiede un grande impegno di progettazione e coordinamento e uno sforzo di anticipazione delle decisioni per evitare imprevisti

    data-center data center - International Data Center Day

    Il trasferimento del Data center è un’operazione importante e quantomai delicata. Esistono diverse modalità per realizzarla, quale è meglio intraprendere e a cosa occorre prestare attenzione?

    Stephan Riechmann, responsabile della gestione dei progetti di trasferimento di data center presso Rosenberger OSI, ci regala alcuni consigli.

    Idealmente il trasferimento del DC può essere suddiviso in tre fasi. La prima fase è la creazione di un’adeguata descrizione dello scenario. Prima di un trasferimento, infatti, occorre prendere atto dello stato del data center del cliente, con particolare attenzione all’hardware da spostare. L’esperienza sul campo spesso dimostra che il cliente lavora con elenchi non aggiornati e a volte non ha neppure idea dell’hardware presente in loco. Per questo motivo è consigliato rifare sempre e comunque un inventario, possibilmente includendo anche il cablaggio, in modo da mappare l’intero scenario in una volta sola. Questa fase di controllo ha anche il vantaggio per il cliente di poter aggiornare gli elenchi degli asset, controllare le licenze e i contratti di manutenzione.

    La seconda fase è la progettazione del trasferimento. In linea generale la progettazione può essere ipotizzata su due alternative: il cosiddetto “big-bang”, ossia il trasferimento completo con spostamento dell’intero blocco dal luogo di origine al luogo di destinazione. Un «big bang» si effettua in un tempo ridotto ma la preparazione deve essere perfetta perché comporta molti rischi: quando il trasferimento è effettuato, può funzionare tutto, o niente. Nel caso di malfunzionamento occorre tornare al vecchio scenario rapidamente senza aver raggiunto l’obiettivo.

    La seconda alternativa è il trasferimento a ondate: l’operazione è suddivisa in diverse piccole fasi su un periodo di tempo più lungo. Ad esempio, si può iniziare traslocando l’ambiente di test, poi l’ambiente di produzione, quindi lo storage. L’ordine può essere variato sulla base delle dimensioni del DC da trasferire. Dopo ogni passaggio si effettua un controllo sul funzionamento e, se superato, si progetta la fase successiva. Lo svantaggio è il tempo prolungato e la necessità di molto personale.

    Come decidere dunque se realizzare il trasferimento di un data center in un «big bang» o a ondate?

    La decisione si prende in accordo con il cliente. Si valuta innanzitutto la dimensione dello scenario da trasferire: se per esempio ci sono solo tre rack, non è un grande problema. Se ho più hardware, o se lavoro con numerosi subappaltatori collegati o se, ancora per esempio, il monitoraggio è eseguito all’estero, la situazione è più complicata. Il “chi fa che cosa e quando” è fondamentale: i compiti devono essere chiari e tutte le persone coinvolte devono essere disponibili nei giorni del trasferimento.

    Un altro criterio nella scelta del tipo di trasferimento è basato sull’età delle apparecchiature. Dall’inventario analitico effettuato nella prima fase si può evincere se le apparecchiature sono già oltre la loro vita utile o non sono più abbastanza performanti. È il caso di fare un «lift & shift»? Vale a dire, prendere l’hardware così come è e installarlo nella nuova sede, oppure cogliere l’occasione per un «tech refresh» con dispositivi più moderni, più veloci, che consumano meno energia?

    Con un «lift & shift» c’è un altro aspetto da considerare: bisogna spegnere sistemi che hanno funzionato ininterrottamente per anni senza sapere se si riavvieranno quando si provvederà a riaccenderli. Per tale ragione è sempre consigliato effettuare un test preliminare. Basta spegnere e riavviare i sistemi. Funzionano? L’esperienza ci insegna che no, non sempre funzionano. Quando si esegue un «lift & shift» bisogna anche assicurarsi di disporre in loco dei pezzi di ricambio. Perché, se qualcosa si guasta, è possibile trovare una soluzione.

    La terza fase è il vero e proprio passaggio. A questo punto tutte le decisioni saranno state prese e la progettazione effettuata nei minimi particolari.

    Devono esserci le persone, le “mani esperte” che smontano gli apparecchi dal data center di origine e le spostano nel nuovo data center. Tutto deve essere coordinato. Ovviamente devono essere valutati gli spazi di passaggio, le dimensioni degli accessi, se si passa con il carrello elevatore, se due persone possono passare una accanto all’altra nei corridoi del data center. Anche il pavimento va controllato perché deve sostenere il peso delle operazioni. La maggior parte dei data center infatti ha un doppio pavimento che può sostenere solo un determinato peso per metro quadro.

    Lo spazio esterno va accuratamente valutato: posso arrivare facilmente con il camion a sospensione pneumatica utilizzato per il trasporto di hardware di valore? Se non c’è una saracinesca o una rampa bisogna trovare una soluzione perché non si può trasportare un rack completo con un carrello elevatore. Inoltre, è meglio percorrere prima il tragitto che farà il camion per evitare problemi di ingorghi in quanto si lavora con tempi stretti. Di norma c’è un lasso di tempo predeterminato per disinstallare e reinstallare, così che il team abbia abbastanza tempo per effettuare i test.

    Questi e altri suggerimenti vengono forniti da Rosenberger OSI con i servizi di consulenza per datacenter, servizi ora disponibili anche per le aziende italiane.

    data center Rosenberger OSI
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    Redazione LineaEDP
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