La Lombardia introduce oneri fino al 200% per i data center in aree verdi e agricole. È il primo intervento normativo regionale in Italia su questo fronte – e merita una lettura attenta, non ideologica. Perché la questione non è essere “pro” o “contro” i data center.
La domanda digitale cresce, e le infrastrutture per sostenerla saranno indispensabili. Ma il punto vero è un altro: dove costruirle, come integrarle nel territorio, e soprattutto con quali regole.
La direzione di fondo è condivisibile: incentivare il riuso di aree industriali dismesse, semplificare le autorizzazioni per chi sceglie il brownfield, costruire una governance regionale strutturata. Sono leve concrete per tenere insieme attrattività degli investimenti e tutela del territorio.
Il rischio, però, va detto con chiarezza: se gli oneri maggiorati restano l’unico strumento, i grandi operatori li assorbiranno come semplice voce di costo e l’effetto di deterrenza sul consumo di suolo sarà nullo.
Per incidere davvero servono strumenti urbanistici chiari, una mappatura aggiornata delle aree brownfield effettivamente disponibili e tempi autorizzativi competitivi con il resto d’Europa.
Senza questa infrastruttura normativa, il segnale politico rischia di restare lettera morta.
L’Italia ha bisogno di data center. Ma prima ancora, le serve una strategia nazionale che orienti gli investimenti verso localizzazioni sostenibili – sul piano ambientale, energetico e infrastrutturale.
La legge lombarda colma un vuoto, ma lo fa in assenza di un quadro di riferimento più ampio. E qui sta il vero nodo: senza una visione-Paese, si va verso una frammentazione normativa regione per regione, con il risultato di aumentare l’incertezza per chi investe e rallentare proprio quelle dotazioni digitali di cui il sistema ha urgente necessità.
La Lombardia ha aperto il cantiere delle regole. Ora serve che qualcuno disegni l’architettura.


