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    Tecnologie di frontiera, un mercato da oltre 16 mila miliardi

    By Redazione LineaEDP13/04/20266 Mins Read
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    Uno studio ISPI e Deloitte per il NEXT Milan Forum rivela chee senza investimenti in infrastrutture e competenze le potenzialità di IA, quantum e robotica rischiano di rimanere inespresse

    tecnologie di frontiera
    Secondo le ultime stime dell’UNCTAD le tecnologie di frontiera – intelligenza artificiale, robotica avanzata, calcolo quantistico, droni e clean tech – raggiungeranno un valore di 16,4 mila miliardi di dollari entro il 2033. I benefici si stanno già registrando in quei settori dove più solida è l’integrazione tra l’IA e le altre tecnologie. Un’indagine dell’OCSE mostra che il 31% delle PMI nelle economie più avanzate utilizza strumenti di GenAI, con incrementi medi di produttività che superano il 25% in determinate attività. Dati della Banca Europea degli Investimenti mostrano che l’adozione dell’IA da parte delle imprese europee è associata sia a un aumento della produttività che dei salari, senza effetti sull’occupazione. Queste ricadute si concretizzano pienamente solo dove infrastrutture, competenze e governance sono in grado di sostenere l’innovazione.
    L’impatto delle tecnologie di frontiera sugli ecosistemi economici è al centro del paper “Innovation and Emerging Technologies: from Progress to Prosperity” realizzato dall’ISPI e dal Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Italia nel contesto del NEXT Milan Forum – Empowering Future Leaders. L’iniziativa promossa da ISPI, Bocconi e OCSE, con Deloitte Italia nel ruolo di Official Knowledge Partner, si svolgerà dal 4 al 6 maggio a Milano. Più di mille giovani leader tra i 20 e i 35 anni, provenienti da oltre 60 Paesi del mondo, si ritroveranno per confrontarsi sulle sfide globali e dialogare con leader istituzionali e figure di spicco del panorama internazionale. Hanno confermato la loro partecipazione, tra gli altri, i Premi Nobel per la Pace Kailash Satyarthi e Ouided Bouchamaoui, l’ultimo Premio Nobel per l’Economia Philippe Aghion, il Presidente della Banca Mondiale Ajay Banga, la Presidente per gli Affari Globali di Microsoft Lisa Monaco e l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) Luca Parmitano. Le nuove tecnologie e l’impatto dell’IA saranno trattate in una masterclass tenuta dalla Global Chair di Deloitte Anna Marks.
    Lo studio ISPI-Deloitte sottolinea la rapidità del tasso di diffusione delle tecnologie di frontiera, in particolare l’IA. I costi di utilizzo dei Large Language Models (LLM) stanno diminuendo in misura significativa, fino a 900 volte, contribuendo a una rapida riduzione dei costi di scala per le aziende più grandi e di quelli d’ingresso per le più piccole. Un progresso, però, non a vantaggio di tutti. L’IA sta portando benefici soprattutto nelle economie dove l’innovazione è già strutturata. Le differenze si registrano anche tra i Paesi più avanzati. Stime dell’OCSE indicano aumenti annui di produttività del lavoro fino a 1,3 punti percentuali nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ma sensibilmente più bassi in Italia e Giappone, dove la diffusione dell’IA lungo le filiere è più disomogenea e i vincoli di implementazione sono più stringenti.
    Il messaggio di fondo che emerge dal paper è che l’adozione delle nuove tecnologie dipende soprattutto dalla presenza di condizioni abilitanti – connettività, infrastrutture, competenze e governance – che nel mondo restano ancora non uniformi: solo il 23% della popolazione nei Paesi a basso reddito è online, rispetto al 94% nelle economie ad alto reddito, mentre 2,2 miliardi di persone sono ancora offline. Anche quando la connettività di base è presente, la qualità dell’infrastruttura fa la differenza: la copertura 5G raggiunge l’84% della popolazione nei Paesi ad alto reddito, ma appena il 4% in quelli a basso reddito. La disomogeneità nei livelli di connettività si riflette anche nella concentrazione dei data center, infrastrutture fondamentali per la diffusione dell’IA. I Paesi ad alto reddito ospitano attualmente il 77% della capacità globale dei data center, mentre quelli a basso reddito restano sotto lo 0,1%. Gli Stati Uniti dispongono di circa 200 volte più server pro capite rispetto a un’economia a reddito medio. Lo studio evidenzia che il persistere di questi divari rischia di limitare l’impatto positivo delle tecnologie di frontiera.
    L’altra condizione fondamentale riguarda il capitale umano. Meno del 5% della popolazione nei Paesi a basso reddito possiede competenze digitali di base, rispetto al 66% nei Paesi più avanzati. I dati segnalano che i vantaggi più incisivi emergono quando l’innovazione è accompagnata da programmi di riqualificazione professionale: un solo punto percentuale aggiuntivo di investimento in formazione aumenta di circa il 6% l’effetto dell’IA sulla produttività delle imprese. Anche la robotica avanzata segue la stessa logica e il suo potenziale produttivo cresce solo se associato a percorsi di formazione specializzata.
    Le conclusioni del paper sottolineano che investimenti mirati in infrastrutture e competenze possono ridurre in modo significativo il divario tecnologico. Grazie a politiche mirate sullo sviluppo delle condizioni abilitanti dell’innovazione alcuni Paesi riescono già oggi a performare oltre il livello che le loro metriche economiche di base farebbero prevedere. Il “Frontier technology readiness index” (l’indice sviluppato dall’UNCTAD per misurare la capacità dei Paesi di adottare le tecnologie di frontiera) posiziona l’India 76 posti oltre la sua fascia di reddito pro capite, le Filippine e il Brasile sono avanti rispettivamente di 49 e 41 posizioni. Al contrario, in assenza di investimenti, le infrastrutture e le competenze rischiano di trasformarsi da leve di sviluppo a barriere destinate ad ampliare la distanza tra i livelli di innovazione nelle economie globali.
    “Le opportunità offerte dalle tecnologie di frontiera sono enormi, ma persistono significative disparità nell’accesso tecnologico e nelle competenze”, ha evidenziato Andrea Poggi, Head of Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Central Mediterranean. “La crescita diventa duratura solo quando rafforza la produttività di imprese e territori, sostiene posti di lavoro migliori, amplia l’accesso alle opportunità e aumenta la resilienza sociale. È qui che il dialogo tra governi, imprese e società civile diventa strategico e può aiutare a indirizzare investimenti e governance verso l’inclusione, garantendo che la trasformazione tecnologica si traduca in una crescita che porti prosperità e progresso sociale più diffusi”.
    “Le tecnologie emergenti sono divenute centrali nella competizione geopolitica e il controllo su dati, capacità di calcolo e competenze si traduce sempre più in potere economico e strategico”, ha commentato Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca dell’ISPI “. Un numero limitato di attori domina il panorama e questo ha profonde implicazioni sullo sviluppo e l’uso dell’IA, sugli incentivi per le imprese e sulla distribuzione dei benefici. L’ordine tecnologico globale rischia di diventare sempre più frammentato e ingiusto, aumentando le tensioni e la competizione geopolitica. La cooperazione internazionale è necessaria per uno sviluppo equo, etico e sostenibile delle nuove tecnologie”. 
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