Il recente avvertimento lanciato dall’alleanza dei Five Eyes sui rischi cyber posti dai modelli di AI frontier sottolinea una verità scomoda: i playbook generici di sicurezza IT non sono più sufficienti per gli ambienti OT e IoT, dove i difensori sono chiamati a ridurre l’esposizione, preservare le operazioni e contenere il rischio prima che gli attaccanti possano trasformare le eventuali debolezze in impatto reale.
Per i CISO il problema non è un generico “rischio AI”, bensì è il fattore tempo. Le classiche strategie di difesa – scansioni più rapide, patch più veloci, maggiore automazione – hanno un ruolo rilevante, ma non si traducono facilmente in un ambito OT e IoT, dove sistemi industriali, dispositivi embedded e infrastrutture critiche sono vincolati da requisiti di uptime, dipendenze OEM, protocolli legacy e tolleranza limitata rispetto a cambiamenti non testati.
La priorità strategica in questo caso non è quella di muoversi più rapidamente, ma di ridurre la capacità dell’attaccante di convertire debolezze in impatto operativo. Per potenziare di fatto la posizione di chi difende, è consigliabile seguire 10 passaggi.
1) La visibilità OT/IoT è obbligatoria
Trattare la visibilità continua come controllo strategico, non come semplice questione di igiene. Le aziende devono sapere quali asset hanno a disposizione, quale software eseguono, come comunicano, quali sistemi sono esposti e quali processi influenzano. Un semplice test permette di fare chiarezza: quando emerge una nuova vulnerabilità, l’organizzazione può rispondere entro ore su coinvolgimento, localizzazione, raggiungibilità e processo a rischio? Ulteriore complessità deriva dal fatto che molti dispositivi operativi non parlano protocolli IT standard e risultano perciò invisibili ai tool tradizionali.
2) Prioritizzare per conseguenza fisica e operativa
Andare oltre una valutazione basata sulla sola severità delle vulnerabilità. Il rischio va prioritizzato sulla base delle conseguenze operative: impatto sulla sicurezza, interruzione della produzione, danni alle attrezzature, esposizione normativa. È fondamentale identificare i “crown jewels” operativi, ovvero i processi e gli asset la cui compromissione causerebbe un impatto catastrofico, e dotarli di piani di resilienza specifici.
3) Progettare i processi critici per fallire in sicurezza
Partire dalla consapevolezza che prevenzione e detection saranno a volte superate. L’obiettivo è garantire che, quando un sistema critico viene compromesso, il processo fisico rimanga sicuro e il recovery sia rapido. Significa definire stati sicuri, modalità di fallback che non dipendano dal layer digitale compromesso, baseline note e percorsi di ripristino testati. Se la detection dice che un attacco è in corso, la resilienza determina quanto può costare. In ambito OT/IoT, resilienza non è il semplice ripristino da backup, ma la capacità di mantenere sicuro un processo fisico – un aspetto da ingegnerizzare in anticipo, non da improvvisare.
4) Patchare o ridurre l’esposizione, ovunque sia possibile
Il volume di vulnerabilità aumenterà. La risposta non può essere quella di patchare tutto più velocemente, anche perché: molti asset non possono essere sottoposti rapidamente a nuove patch, se non del tutto. L’obiettivo pratico è ridurre l’esposizione: eliminare connettività non necessaria, restringere gli accessi, rafforzare la configurazione di sicurezza dei sistemi, chiudere servizi inutilizzati, validare firewall, prevenire movimento laterale. La domanda chiave: l’attaccante può raggiungere il sistema vulnerabile e sfruttarlo per influenzare le operazioni generali?
5) Segmentare l’accesso a ciò che non si può patchare
Segmentazione e isolamento vanno trattati come controlli primari: DMZ industriali, zone e conduit, micro-segmentazione, accessi remoti governati, controllo rigoroso dell’egress. La segmentazione permette ai difensori di guadagnare tempo, limitare il raggio d’impatto e può rappresentare un trattamento del rischio duraturo per sistemi non patchabili per mesi o anni.
6) Mettere al centro della difesa la detection comportamentale
Potenziati dall’AI, gli attaccanti modificheranno payload più velocemente rispetto alle difese signature-driven. Investire in una detection che comprenda protocolli industriali, comportamento dispositivi, workflow di engineering, pattern di comunicazione, cambiamenti firmware. Quando non si può patchare rapidamente, bisogna rilevare tentativi di exploit e interrompere la catena d’attacco prima dell’impatto. Il monitoraggio network-based, protocol-aware è spesso l’unico controllo pratico per asset che non tollerano agent endpoint.
7) Blindare accesso remoto, identità e connettività terze parti
Rivalutare accesso vendor, VPN, credenziali condivise, account dormienti, workstation di engineering, dispositivi cloud-connected, interfacce esposte e credenziali di default. L’obiettivo non è solo autenticare, ma governare cosa gli utenti possono raggiungere, quello che possono fare, monitorare nel dettaglio le loro sessioni. In campo OT/IoT l’accesso va vincolato per zona operativa, ruolo dispositivo, workflow e rischio di processo.
8) Ancorare il vulnerability management a dipendenze OEM e rischio operativo
Sviluppare una capacità operativa di gestione delle vulnerabilità che rifletta le realtà industriali: triage basato su exploitability, raggiungibilità, conseguenza fisica, disponibilità patch, validazione OEM, finestre di outage. Creare percorsi di escalation chiari con gli OEM e richiedere disclosure tempestiva, trasparenza su software/firmware e guidance nel caso in cui vulnerabilità critiche colpiscano ambienti operativi.
9) Usare l’AI in modo difensivo, dotandosi di guardrail OT-native
Usare l’AI per accelerare triage, analisi esposizione, detection engineering, threat hunting, analisi firmware e red-team su ambienti di staging. Parallelamente, evitare azioni AI-driven autonome in OT di produzione: containment automatizzato o patch non governate possono introdurre rischi. L’approccio vincente prevede un’AI costantemente supervisionata per accelerare supporto decisionale, non cambiamenti senza controllo.
10) Pre-approvare azioni di containment per gli exploit storm
L’AI frontier porterà scenari più frequenti di disclosure rapida ed exploit immediati. Pre-autorizzare azioni di containment: quali accessi remoti disabilitare, quali zone isolare, quali sistemi portare offline, quali azioni necessitano di un’approvazione operativa. Informare preventivamente il board e il management in anticipo in termini operativi: ancora una volta, la questione non è applicare le patch più rapidamente, ma conoscere gli asset critici, ridurre i percorsi d’attacco, rilevare le anomalie, preparare un containment pre-approvato e piani di resilienza”.
La strumentalizzazione a fini offensivi dell’AI frontier cambia il ritmo del rischio cyber, ma non gli elementi fondamentali della difesa OT/IoT. Le organizzazioni meglio posizionate non saranno quelle che per prime si sono buttate sull’AI, ma quelle che conoscono gli asset operativi, controllano percorsi d’accesso, segmentano ambienti critici, rilevano anomalie, prioritizzano per conseguenza operativa e mantengono la loro resilienza anche quando il patching non basta.
Nella security OT/IoT, la strategia vincente non è legata a una remediation più veloce: la maggiore rapidità di applica alla comprensione, alla riduzione dell’esposizione e alla limitazione, nell’ottica di una maggiore resilienza operativa.


