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    Cloud europeo: il 37% delle imprese italiane punta sulla repatriation

    By Redazione LineaEDP03/06/20265 Mins Read
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    Europa “colonia digitale”: il 45% degli investimenti cloud italiani è in mano USA. Ma il 37% delle aziende ha avviato processi di repatriation

    multi-cloud-Opyn Puls-nutanix-Iperammortamento 4.0
    Foto di Gerd Altmann da Pixabay

     Il 45% dei 25 miliardi di euro di investimenti in data center previsti in Italia nei prossimi tre anni è concentrato nelle mani di tre hyperscaler cloud americani. A livello europeo, l’80% del mercato cloud computing (€112 miliardi) è controllato da player statunitensi. Ma emerge un segnale di inversione: il 37% delle grandi aziende italiane ha avviato strategie di repatriation di workload critici verso provider cloud europei. 

    Sono i dati presentati dall’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano in occasione di Platmosphere, l’evento italiano di riferimento sul platform engineering e la governance dell’intelligenza artificiale in ambito enterprise organizzato da Mia-Platform e tenutosi a Milano, che ha raccolto oltre 500 partecipanti tra mondo accademico, aziende ed esperti IT.  

    Il paradosso europeo: ricchi ma dipendenti 

    I numeri del Politecnico fotografano una dipendenza strutturale: il 53% della potenza IT europea (7,4 GW) appartiene a soli 10 operatori sui 182 globalmente esistenti, in maggioranza statunitensi. Sul fronte della ricerca, l’Europa nel 2023 ha prodotto il 15% delle pubblicazioni scientifiche globali sull’intelligenza artificiale, contro il 9% degli Stati Uniti. Ma quando si passa ai brevetti, che indicano la capacità di trasformare ricerca in business, l’Europa crolla al 3% del totale mondiale, contro il 14% americano. 

    Carlo Negri, ricercatore senior dell’Osservatorio AI del Politecnico di Milano, ha spiegato che il vero problema non è la mancanza di competenze ma il fallimento del technology transfer: “Quel gap dal 15% al 3% rappresenta una dispersione di valore enorme: la ricerca pubblica europea non viene capitalizzata dall’industria europea”. 

    Cristina Caffarra, economista e Chairperson di EuroStack Initiative Foundation, ha definito la situazione senza mezzi termini: “L’Europa è una colonia digitale. Ogni singolo layer della catena del valore, dai chip all’hardware, dal software ai modelli AI, non è nelle mani degli europei.” 

    Secondo Caffarra, il problema va oltre la sicurezza nazionale e tocca il cuore della competitività economica. L’Europa si trova in una situazione di dipendenza sistemica da un’infrastruttura esterna che guiderà la capacità economica del continente, la sua struttura industriale e il suo futuro geopolitico.  

    Il cambio di strategia europea: non più regolamentazione, ma investimenti 

    L’economista ha riservato una critica tagliente alla strategia europea dell’ultimo decennio. “Per una generazione, in Europa abbiamo regolato ciò che non possediamo,” ha dichiarato Caffarra, che per anni ha lavorato come consulente antitrust su casi Google, Apple e Microsoft. “L’energia spesa su GDPR, Digital Markets Act e AI Act è partita dalla convinzione errata che regolare gli incumbent potesse generare industria domestica. Ma costruire un’industria richiede domanda indirizzabile, capitali e proposte di valore. Tutti elementi che non derivano dalla regolamentazione”. 

    Il paradosso si estende anche ai capitali. L’Europa risparmia €1,3 trilioni l’anno, contro €0,7 trilioni degli Stati Uniti, ma ne invia €300 miliardi verso gli USA per finanziare l’innovazione americana. Questo, ha evidenziato Caffarra, perché gli investimenti sono immobili e non generano valore. 

    Il mindset shift necessario: credere nella capacità Europea 

    Federico Soncini Sessa, COO di Mia-Platform, azienda italiana leader nelle piattaforme cloud-native che ha ospitato l’evento, ha offerto una prospettiva più ottimista per il futuro. Il 37% delle aziende italiane che ripensa la strategia cloud non è un segnale di protezionismo ma di maturità strategica. 

    La buona notizia, secondo Soncini Sessa, è che agire è più semplice di quanto sembri: “Serve un mindset shift, un vero cambiamento culturale. Dobbiamo smettere di pensare di essere meno innovativi degli Stati Uniti”. 

    L’Europa non manca di innovazione: aziende come OVHcloud e Mistral AI stanno recuperando rapidamente su cloud e AI, mentre in altri settori digitali, dal platform engineering alla data governance, l’Europa è stata first mover. “Ciò che manca”, ha aggiunto Soncini Sessa, “è la capacità di scalare rapidamente. Questo richiede di agire come ecosistema unificato, investendo a scala europea invece che nazionale, superando la frammentazione”. 

    L’Osservatorio del Politecnico di Milano ha documentato gli effetti della frammentazione anche sulle tecnologie emergenti: sul quantum computing, il 90% dei 9 miliardi di euro di fondi pubblici stanziati in Europa è gestito da iniziative nazionali separate, con solo il 10% coordinato a livello comunitario. La capacità di raccolta fondi privati delle aziende americane nel quantum è 15 volte superiore a quella europea. 

    Comprare europeo è economia, non ideologia 

    Soncini Sessa ha sollecitato le imprese a iniziare a “comprare europeo, non per protezionismo ma per economia”: quando le risorse economiche restano in Europa, alimentano più innovazione e più investimenti dalle aziende, generando a loro volta più produttività per i clienti. È un ciclo virtuoso di crescita economica. 

    Caffarra ha ribadito il concetto spostando l’attenzione dal lato dell’offerta a quello della domanda. “Sul lato dell’offerta, ci sono aziende europee che vogliono vendere. Sono frammentate, non hanno fatto scaling, ma ci sono. Il problema è la domanda.” 

    Per l’economista, inoltre, serve più coraggio da parte dell’industria privata: “La maggior parte dell’offerta, oggi, è concentrata sulla pubblica amministrazione. Ma il settore pubblico rappresenta solo il 20% della domanda totale, il restante 80% è nelle mani del settore privato. Le imprese devono smettere di pensare alla repatriation e iniziare ad agire concretamente, passando a soluzioni europee quando strategicamente sensato”.  

    InvestAI e l’opportunità da non sprecare 

    L’Unione Europea ha stanziato €200 miliardi nell’iniziativa InvestAI per accelerare lo sviluppo dell’AI in Europa, accompagnati dall’AI Act, la prima normativa completa al mondo sull’intelligenza artificiale, oggi in fase di rimodulazione nel Digital Omnibus. 

    Per Negri, l’intelligenza artificiale ha trasformato la percezione dell’infrastruttura digitale da commodity a asset strategico, aprendo opportunità concrete: leadership europea in applicazioni AI verticali, rafforzamento dell’ecosistema cloud attraverso le strategie di repatriation, posizionamento su tecnologie di frontiera come quantum e high performance computing. Ma queste opportunità possono essere colte solo superando la frammentazione degli investimenti e garantendo che la domanda dal settore privato cresca. 

    Nelle parole di Soncini Sessa: “L’Europa è il faro globale dei valori democratici, della cultura, della manifattura di alto livello, e può esserlo anche nella tecnologia. Serve credere in noi stessi e agire oggi, non domani”. 

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